Nel 2025 l’ascesa dell’industria militare italiana sui mercati internazionali ha segnato un nuovo capitolo di record, con un aumento del 19% delle autorizzazioni all’export rispetto al 2024. È quanto emerge dalla Relazione annuale prevista dalla Legge 185/90 relativa all’ultimo anno sulle operazioni autorizzate e svolte in tema di esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento, trasmessa in queste ore ufficialmente al Parlamento. Il governo – sottolinea la Rete Italiana Pace e Disarmo – ha dunque rispettato la scadenza di legge del 31 marzo per la relazione: «Ora sta al Parlamento avviare un dibattito serio e tempestivo sui dati in essa contenuti». Tra gli aspetti più problematici che emergono, oltre all’aumento delle esportazioni dall’Italia, c’è il valore complessivo delle autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento che ha raggiunto circa 11,141 miliardi di euro, di cui 9,164 miliardi in uscita dall’Italia. Negli ultimi quattro anni l’aumento del volume di autorizzazioni segna un colossale +87%. Autorizzazioni che si stanno ora concretizzando in consegne, come dimostrano le consegne effettive registrate dall’Agenzia delle Dogane nel 2025: le esportazioni definitive nel 2025 ammontano a circa 5,142 miliardi di euro, dato in significativo aumento rispetto ai 3,58 miliardi del 2024. Rilevante anche la crescita delle transazioni bancarie legate all’export di armamenti che hanno superato nel 2025 i 14 miliardi di euro complessivi (erano 12 nel 2024).
Il Medio Oriente è tornato prepotentemente al centro dei flussi di export (copre da solo il 37,03% del totale), che hanno visto anche una concentrazione crescente di produzione e vendita di sistemi d’arma nelle mani di pochi grandi operatori. «Un aumento robusto e problematico che, ancora una volta, solleva interrogativi urgenti sulla coerenza tra le scelte del Governo e i vincoli giuridici e etici previsti dalla stessa Legge 185/90 e dal Trattato sul Commercio di Armi (Att) che l’Italia ha ratificato da oltre dieci anni», commenta la Rete. Il numero di Paesi destinatari si attesta a 88, con un dato meritevole di attenzione in Parlamento: i trasferimenti verso Paesi Ue/Nato rappresentano soltanto il 37,62% del totale, mentre la maggioranza, il restante 62,38%, riguarda altri Paesi. Un dato in peggioramento rispetto al già preoccupante 55,9% del 2024.
I Paesi destinatari sono un altro punto che solleva interrogativi. Il Kuwait, che era al 76° posto nel 2024, balza improvvisamente in cima alla lista, grazie a una singola licenza da circa 2,6 miliardi di euro. Anche escludendo la maxi-licenza kuwaitiana sul 2025, il dato sulle esportazioni verso Paesi del Medio Oriente rimane alto. In Europa Germania, Francia e Regno Unito si confermano tra i primi destinatari, mentre gli Stati Uniti salgono al terzo posto. Risale anche l’Ucraina, passata dall’11° al 4° posto con 349 milioni di euro di autorizzazioni. «Si tratta di un dato che solleva ancora una volta interrogativi irrisolti: la Legge 185/90, il Trattato Att e la Posizione Comune UE prevedono criteri stringenti (e spesso un divieto esplicito) per le esportazioni verso Paesi in stato di conflitto armato attivo. Eppure da tre anni verso Kiev vengono autorizzate vendite per alcune centinaia di milioni di euro», sottolinea la Rete, che rinnova la richiesta al Parlamento di esprimersi esplicitamente anche sulle autorizzazioni di esportazione commerciale verso l’Ucraina, come previsto dallo spirito della legge e delle norme internazionali che il nostro Paese ha sottoscritto. Si consolidano, inoltre, nuovi mercati in India, Brasile, Indonesia e Singapore, mentre rimane importante seppur leggermente ridimensionata la presenza di vendite a Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar e Turkmenistan: «Una presenza che continua a essere preoccupante per la situazione dei diritti umani».
Desta poi preoccupazione, la fornitura di armi verso l’altro fronte di guerra, Israele. Chiaramente, il Paese non compare tra i destinatari di nuove autorizzazioni individuali di esportazione: merito dell’applicazione della Legge che ha permesso la sospensione delle nuove licenze in ragione delle caratteristiche dell’intervento militare israeliano a Gaza. Tuttavia, i dati contenuti nella Relazione dell’Agenzia delle Dogane confermano che questa decisione non ha fermato le spedizioni fisiche di materiali d’armamento autorizzate da licenze emesse prima dell’ottobre 2023. Le operazioni di trasferimento definitive verso Israele nel 2025 risultano infatti essere 228, per uno stato di avanzamento annuale di 3.037.416,79 euro. Complessivamente, nel 2025 risultano movimentati verso Israele oltre 22,6 milioni di euro di materiali militari italiani riconducibili a licenze rilasciate prima della sospensione. Inoltre anche nel 2025 il 4,30% delle importazioni italiane di armamenti proviene da Israele: «La Rete Italiana Pace Disarmo ribadisce che la sospensione delle nuove autorizzazioni deve essere accompagnata da una revisione delle licenze pregresse ancora attive e da un divieto esplicito e completo di qualsiasi fornitura verso Israele finché il conflitto e le violazioni del diritto internazionale umanitario non saranno cessati».
Ultimo aspetto su cui i pacifisti italiani vogliono accendere i riflettori è quello relativo ai dati sulle aziende coinvolte nell’export di armi. I primi quattro operatori da soli coprono ben il 69,32% del totale. Leonardo SpA, con il 54,09%, ha una quota in forte aumento rispetto al 27,67% del 2024, sintomo di grandi commesse centralizzate. Seguono Iveco Defence Vehicles SpA, con il 7,44%, Rwm Italia SpA con il 4,62% e infine Mbda Italia SpA con il 3,17%. «La scomparsa di Fincantieri dalla top 4 (era seconda nel 2024) e l’ascesa di Iveco e Rwm sono elementi che meritano analisi parlamentare approfondita, in particolare per quanto riguarda le destinazioni finali dei sistemi autorizzati», conclude la Rete.
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Io voglio bene a Guido Crosetto, giuro che è vero. Mi piacerebbe vivere un’altra vita per essere suo amico. Soltanto chi non conosce Crosetto non sa quale persona squisita sia sul piano personale. Guido Crosetto si diverte moltissimo a polemizzare sui social, alle feste di Atreju e anche in Parlamento. Crosetto è il numero uno delle polemiche. Crosetto è il migliore dei peggiori, persino superiore a Donzelli, Bignami, Delmastro, insomma, il peggio della politica italiana. Crosetto ha dichiarato di essere frustrato perché i regolamenti della Camera gli hanno impedito di rispondere polemicamente ai suoi oppositori. Ieri Crosetto ha dichiarato ai giornalisti: “Nelle scarpe non ho sassolini; ho montagne da togliermi”.
Questo è il grande problema di Crosetto: non aver capito, non riuscire a capire, o fare finta di non capire, che una democrazia non giudica il ministro della Difesa in base alle sue dichiarazioni pubbliche, ma alle sue decisioni operative.
Se Crosetto critica Netanyahu, ma poi rinnova la cooperazione militare con l’esercito israeliano genocida per altri cinque anni, beh, diciamocelo, Crosetto è un uomo totalmente privo di credibilità e può fare soltanto l’opinionista di destra, rimandando alle sue interviste come un Mario Sechi qualunque (“l’ho detto al Corriere della Sera!”; “l’ha sentito pure mio cuGGino mentre spalmava la marmellata nel panino!”).
Se Crosetto dichiara che forse Netanyahu è un po’ cattivo, però poi il governo Meloni trasforma il governo genocida di Netanyahu nel secondo fornitore di armi per l’Italia, beh, allora è chiaro che qui qualcuno fa il finto tonto.
Crosetto, figlio mio, tu devi decidere, non devi commentare la politica internazionale. Non so più come dirtelo: credo che sia una battaglia persa.
Richiamandomi alla migliore tradizione del realismo politico italiano, ho scritto due libri per spiegare l’importanza di distinguere le dichiarazioni pubbliche dalle decisioni operative nelle crisi internazionali severe: “Gaza-Meloni. La politica estera di uno Stato satellite” e “Disinformazione. La manipolazione dell’opinione pubblica nelle democrazie occidentali”, che presenterò il 16 maggio al Salone del Libro di Torino.
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E poi c’è questo post su Instagram:




Intitolato “Made in Italy, consegnato ad Israele: trasferimenti militari ed energetici italiani che alimentano il genocidio”, il dossier dei @giovanipalestinesi.it verrà presentato domenica 29 marzo a Roma. Alcune delle aziende italiane coinvolte sono già note, come Leonardo: nel dossier vengono documentate circa 150 spedizioni di pezzi aerospaziali verso l’azienda israeliana Elbit Systems, partite da hub strategici in Liguria, Abruzzo, Puglia, Campania, Lazio, Lombardia, Piemonte, Toscana, Veneto, Umbria ed Emilia-Romagna. Il Lazio si confermerebbe un nodo cruciale nella rete di smistamento di materiali bellici.
Aziende romane come l’Elt Group (specializzata in cybersicurezza) forniscono a Elbit Systems e Israel Aerospace Industries sensori, radar e apparecchi per la guerra elettronica, afferma il report. Da Milano Malpensa, sempre secondo il dossier, transitano componenti aerospaziali, idraulici ed elettrici, polveri metalliche infiammabili, adesivi chimici e forniture per armi e munizioni. «Tali trasferimenti sono stati effettuati tramite trasporto aereo con vettori quali EL AL, ITA Airways, Lufthansa e Challenge Airlines», si legge nel report e «vettori cargo dedicati (Poste Air Cargo, Challenge Air Cargo)».
Il report evidenzia anche il ruolo chiave dei porti marittimi: le spedizioni militari prodotte in Italia sono tracciate soprattutto da Ravenna e Genova, mentre petrolio, greggio e gasolio escono da Taranto e dalla Baia di Santa Panagia. Altri scali importanti per il trasbordo sono Trieste e Gioia Tauro. Le 224mila tonnellate di carburante – si legge nel report – finiscono in raffinerie israeliane come quelle del gruppo Bazan, spesso nascondendo la destinazione con localizzatori disattivati e legate a gruppi petroliferi che riforniscono aviazione e mezzi militari.
«Sono inoltre coinvolti vettori marittimi quali Mediterranean Shipping Company (MSC) e ZIM», si legge nel dossier, che chiede di attuare un embargo totale nei confronti di Israele e di rescindere il memorandum militare Italia-Israele, il cui rinnovo è previsto ad aprile 2026.
Autrice: @dalia_dalla_palestina
#diritti
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