I danni inflitti dall'Iran alle basi militari statunitensi nella regione del Golfo Persico sarebbero significativamente più gravi di quanto riconosciuto pubblicamente, con costi di riparazione che potrebbero ammontare a miliardi di dollari. È quanto emerge da un'inchiesta esclusiva di NBC News pubblicata sabato, basata su testimonianze di tre funzionari statunitensi, due assistenti del Congresso e un'altra fonte a conoscenza dei fatti.
Gli attacchi, lanciati dall'Iran in risposta all'offensiva statunitense del 28 febbraio, avrebbero colpito oltre un centinaio di obiettivi in undici basi distribuite in sette paesi: Qatar, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania, Kuwait, Iraq e Arabia Saudita.
Secondo i dati ottenuti dall'emittente, sarebbero stati distrutti hangar, magazzini, radar di alta gamma, piste di atterraggio e decine di velivoli, tra cui un caccia, più di una dozzina di droni MQ-9 Reaper e diversi elicotteri. Un episodio particolarmente significativo – e raro – sarebbe stato il bombardamento della base kuwaitiana di Camp Buehring da parte di un caccia iraniano F-5. Si tratterebbe della prima volta in anni che un aereo nemico pilotato colpisce una struttura militare degli Stati Uniti, nonostante la presenza di difese aeree.
Il Pentagono ha finora rifiutato di fornire dettagli pubblici sull'entità dei danni e di informare compiutamente il Congresso, adducendo motivi di sicurezza operativa. Secondo quanto ricostruito da NBC News, l'amministrazione avrebbe inoltre chiesto ad aziende satellitari come Planet Labs di trattenere le immagini delle basi colpite, rendendo più difficile qualsiasi valutazione esterna.
La mancanza di trasparenza avrebbe generato frustrazione, anche tra i banchi repubblicani. "Non si sa nulla, e non per mancanza di domande", ha dichiarato un assistente repubblicano sotto condizione di anonimato.
Da parte sua, la Casa Bianca continua a definire l'operazione statunitense un "enorme successo". In una nota, la portavoce Olivia Wales ha assicurato che tutti gli obiettivi militari sono stati raggiunti, in particolare l'obiettivo di impedire all'Iran di dotarsi di un'arma nucleare.
Un quadro tutt'altro che rassicurante emerge invece da una valutazione dell'American Enterprise Institute (AEI), un think tank conservatore di Washington. Secondo l'analisi, solo i costi di riparazione delle infrastrutture danneggiate – esclusi sistemi radar, armamenti e aerei distrutti – supererebbero i 5 miliardi di dollari. Tra le strutture più colpite figurano il quartier generale del comando navale statunitense in Bahrein, i depositi di munizioni di Erbil in Iraq e la pista della base aerea di Al Udeid in Qatar.
Sul piano delle vittime, fonti della NBC riferiscono che tredici militari statunitensi sarebbero morti e fino a 400 sarebbero rimasti feriti, anche se oltre il 90 per cento di questi ultimi sarebbe già tornato in servizio. Il Congresso starebbe intanto valutando un disegno di legge di spesa supplementare che potrebbe superare i 100 miliardi di dollari per coprire riparazioni e costi complessivi del conflitto.
Questo bilancio, destinato probabilmente a riaccendere il dibattito politico, ripropone una domanda di fondo sull'opportunità di mantenere basi militari statunitensi così vicine al territorio iraniano. Secondo fonti della sicurezza nazionale, inclusi membri dell'amministrazione Trump, alcuni funzionari sostengono già il trasferimento delle strutture più a est, lontano dalla portata di Teheran. Parallelamente, i critici storici della presenza militare all'estero vedono in questi danni un argomento a favore di una riduzione del dispiegamento in Medio Oriente.
La discrepanza tra il silenzio ufficiale e l'entità della distruzione descritta da fonti interne potrebbe, secondo gli osservatori, alimentare ulteriori richieste di trasparenza nei prossimi giorni.-----
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