di Fabrizio Poggi per l'AntiDiplomatico
Una sorta di percorso fatto di due linee parallele, che conducono ugualmente al nodo di quello che viene definito il “progetto ucraino”, sta caratterizzando il panorama politico di questi giorni, tra finanziamenti miliardari UE alla junta nazigolpista di Kiev e moniti russi sulla estrema pericolosità della politica europea di corsa al riarmo e piani di guerra contro la Russia.
Così, da una parte, si accrescono gli avvertimenti da parte della leadership russa a non oltrepassare alcune “linee rosse” nella collaborazione militare tra paesi europei (oltre Israele) e regime nazigolpista di Kiev: un appoggio che rischia di trasformarsi in vera e propria cobelligeranza e portare oltre il limite la pazienza di sopportazione russa.
Nei confronti degli stati che prestano il proprio territorio al lancio o al sorvolo dei droni ucraini contro le città russe, gli ammonimenti sono arrivati ai più alti livelli: dal Ministro degli esteri Serghej Lavrov, all'ex presidente Dmitrij Medvedev, che ha indicato nelle aziende europee produttrici di droni, potenziali obiettivi bellici, al Segretario del Consiglio di Sicurezza Serghej Šoigù, che ha detto chiaro e tondo che quegli Stati che consentono consapevolmente che il loro spazio aereo venga utilizzato per attacchi al territorio russo, diventano complici dichiarati dell'aggressione. Si assiste, insomma, a una riedizione della situazione del dicembre 2021, allorché Moskva aveva presentato a USA e NATO il famoso "ultimatum", con l'elenco di misure necessarie per ripristinare lo status quo tra Russia e Alleanza atlantica che esisteva al momento dell'Atto Fondativo Russia-NATO del 1997. Oggi, come cinque anni fa, le cancellerie europee minimizzano sfacciatamente la gravità della situazione e la serietà degli avvertimenti russi, fingendo di dimenticare che, dopo “l'ultimatum” del dicembre 2021, venne il febbraio 2022. La situazione è oggi altrettanto seria e le cancellerie europee stanno viaggiando su una linea altrettanto pericolosa, che Moskva chiede a Bruxelles di non oltrepassare.
Questo da una parte. Dall'altra, proprio a ribadire la scelta verso il “progetto ucraino” e la volontà di scontro che ciò comporta, ecco che la UE approva il credito a Kiev di 90 miliardi di euro, oltre al 20° pacchetto di sanzioni anti-russe. Bloccata finora dal veto ungherese, in risposta alla chiusura ucraina dell'oleodotto “Družba”, ora, dopo che Vladimir Zelenskij ha annunciato la riapertura dell'oleodotto, i 90 miliardi sono stati sbloccati: circa 60 miliardi andranno in aiuti militari, mentre il resto a sostegno del bilancio ucraino. Secondo il FMI, nel 2026-'27 Kiev avrà bisogno di 135-137 miliardi di euro di finanziamenti; il nuovo prestito potrebbe coprire solo due terzi dell'importo. Il resto è stato promesso dai partner del G7.
In cambio, Kiev obbedisce all'ordine di continuare la guerra fino all'ultimo ucraino. Di fatto, l'Ungheria e altri paesi dell'Europa centrale sono stati di fatto costretti ad accettare che la propria stabilità energetica diventi il prezzo per continuare a finanziare il progetto ucraino. Il Primo ministro slovacco Robert Fitso lo ha detto chiaramente: Kiev ha un disperato bisogno di denaro, l'Europa centrale ha bisogno di forniture petrolifere stabili, mentre la fiducia nella capacità di Kiev di mantenere le proprie promesse è stata minata. Da qui il timore che, una volta sbloccato il prestito, il transito attraverso il “Družba” possa tornare a essere uno strumento di ricatto. In questo contesto, nota Moskovskij Komsomolets, i 90 miliardi di euro a Kiev non sembrano più un piano di salvataggio, ma piuttosto un tentativo di rimandare la presentazione del conto finale.
E, nel frattempo, Zelenskij, a “pagamento” del debito, promette un ulteriore inasprimento della mobilitazione, come se già ora questa non faccia registrare crescenti tensioni nella società e un aumento degli scontri tra i civili e gli accalappiatori dei centri di reclutamento, mentre si parla sempre più insistentemente dell'arruolamento di personale femminile. Secondo Bloomberg, le tensioni nella società ucraina stanno aumentando; nell'ultimo anno, il numero di attacchi nelle strade contro gli arruolatori, che operano con metodi banditeschi, è triplicato rispetto al 2024. Ma Kiev si limita a intensificare le misure di mobilitazione, mascherandole con la promessa di «sistemare in qualche modo le cose, prima o poi». Dal prossimo maggio, saranno ulteriormente inasprite le regole sui mobilitati per le zone di combattimento; gli eventuali rinvii saranno concessi solo per un massimo di tre mesi, consentendo l'arruolamento diretto di persone dai canali di reclutamento militari.
Dopotutto, nota Moskovskij Komsomolets, in cambio dei 90 miliardi Zelenskij ha promesso un rafforzamento delle forze armate e l'inasprimento della mobilitazione, impegnandosi a «catturare un milione e mezzo di uomini» nel 2026 e 2027.
Tutto rientra d'altronde nel “progetto Ucraina” e in vista di un conflitto armato con la Russia. Ne è un esempio il caso della Germania. Come scrive Philip Tassev su Die junge Welt, la “strategia militare” presentata dal ministro della difesa Boris Pistorius è essenzialmente rivolta a contrassegnare “il nemico” ed è quindi diretta principalmente contro la Russia. Dopo che lo scorso anno il cancelliere Friedrich Merz aveva lanciato lo slogan della modernizzazione della Bundeswehr, destinata a diventare l'esercito convenzionale più potente d'Europa, ecco che ora Pistorius presenta il "primo piano globale per la difesa militare", essenzialmente composto di una "strategia militare" e di un "profilo di capacità". Il mondo, dice Pistorius, è «diventato più imprevedibile e, sì, bisogna anche dirlo, più pericoloso» e allora ecco che la cosiddetta "prima strategia militare tedesca" come tutte le altre strategie dell'imperialismo tedesco degli ultimi 130 anni, è diretta principalmente verso est. Ribadendo la narrazione europeista, ecco che si afferma che sia la Russia a prepararsi a uno scontro militare con la NATO e, scrive Tassev, in linea con la tradizione, lo scontro con la Russia viene descritto come una lotta per la sopravvivenza stessa della Germania, quando “l'intera società tedesca è minacciata”. Si ripetono i dettami europeisti sulla “guerra ibrida russa”, già ora in atto, con spionaggio, sabotaggi, attacchi informatici e campagne di disinformazione: «il nemico minerà deliberatamente la distinzione tra patria e campo di battaglia, civili e militari, sicurezza interna ed esterna, guerra e pace, combattenti e non combattenti». Così che, secondo i precetto europeisti, per preparare l'intera società alla guerra, si sta attribuendo maggiore importanza, tra le altre cose, alle riserve, che rappresentano «la cerniera tra esercito e società civile».
Anche qui, pur se non viene direttamente nominato, compare il “progetto Ucraina”: proprio in vista dello scontro con Moskva, per cui si prepara la popolazione sia con la crescente militarizzazione delle coscienze e di ogni settore civile, sia con la demonizzazione e la disumanizzazione dei russi, razzisticamente presentati come “criminali per natura” e “ di per sé bramosi di guerra”. E, d'altro canto, come detto, si finge di ignorare i ripetuti avvertimenti russi, presentandoli ovviamente come “minacce russe” alla “pacifica” e innocente” Europa.
Ancora a proposito degli oltre venti siti produttivi che, in una decina di paesi NATO e non, lavorano alla produzione di droni per le forze armate ucraine, la tedesca Bild riporta che l'ambasciatore russo in Germania, Serghej Nechaev è stato convocato al Ministero degli esteri tedesco per comunicargli che «le minacce dirette della Federazione Russa contro obiettivi in Germania sono assolutamente inaccettabili» e che il tentativo di «minare il sostegno all'Ucraina e mettere alla prova l'unità del paese» è destinato al fallimento. Ora, nota Aleksej Belov su Fond Strateghiceskoj Kul'tury, appare chiaro che il messaggio inviato da Moskva agli sponsor europei del regime di Kiev ha raggiunto i destinatari, ma essi non ne hanno colto essenza e significato. Moskva ha sottolineato che, stante la crescente minaccia terroristica proveniente da Kiev, d'ora in poi i finanziatori del regime di Zelenskij verranno considerati complici e le aziende europee che vi collaborano saranno ritenute legittimi obiettivi militari.
Ma, dice Belov, come nel dicembre 2021, sembra che gli avvertimenti russi siano stati «nuovamente ignorati: o meglio, sono stati ascoltati, ma liquidati, con la piena fiducia che la Russia non avrebbe osato» fare alcunché. Il mondo si trova di nuovo oggi su una linea pericolosa e Moskva chiede insistentemente all'Europa di non oltrepassarla.
I militaristi europei, dice l'ex Presidente russo Dmitrij Medvedev, farebbero bene a rivedere le modalità di protezione dei propri impianti di produzione militare coinvolti nella guerra contro la Russia, le misure adottate per proteggere i settori energetico e dei trasporti, a ricordare i recenti eventi del conflitto tra Stati Uniti e Iran e, infine, a ricalcolare i propri arsenali, compresa, ovviamente, la componente nucleare. Se la Russia dovesse correre il rischio di colpire obiettivi legittimi, le conseguenze di tali attacchi sarebbero davvero catastrofiche per i paesi della regione. Pertanto, conclude Belov, i media occidentali, che si sono abituati a deridere con arroganza l'infinita pazienza dei russi e la loro presunta codardia nel ridisegnare le proprie “linee rosse”, farebbero bene a ricordare una semplice verità: i russi sono lenti ad agire, a volte troppo lenti, ma poi si muovono sempre molto rapidamente.
Sta di fatto che, come osserva l'analista britannico Alexander Mercouris, se finora Bruxelles è riuscita a promuovere politiche russofobe, ora però sempre più politici europei dichiarano la necessità di ristabilire i rapporti con la Russia: il Ministerpräsident della Sassonia ha detto che è ora di migliorare i rapporti con i russi e la stessa cosa ha detto il Primo ministro del Belgio. Si può dire, afferma Mercouris «che in Europa si stia assistendo a una tendenza a riconsiderare le posizioni ortodosse – dogmi politici, economici, sociali e di politica estera – promosse dal nucleo centrale della UE», dal duo Ursula-Brunilde e Fredegonda-Kallas; e «anche Magyar in Ungheria usa più o meno la stessa retorica... anche se, in base a tutto ciò che è accaduto, in base all'esperienza, pare che almeno per ora il centro della UE mantenga il controllo e la pressione complessivi».
Una pressione verso le “linee rosse” e una finta ignoranza dei legittimi avvertimenti russi che, alla fine, potrebbero portare Moskva a rivolgersi a Bruxelles col monito della nobile Crimilde alla spietata Brunilde: «la tua grande superbia non deve farmi ingiuria».
https://ria.ru/20260422/evrosoyuz-2088342180.html
https://www.jungewelt.de/artikel/521384.militärstrategie-der-bundeswehr-den-feind-markieren.html
https://politnavigator.news/v-evropejjskom-bomonde-rastjot-i-shiritsya-protest-protiv-rusofobii.html
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