Nonostante il terremoto politico che ha travolto la Serbia, la rotta geostrategica di Belgrado non cambia di una virgola. La clamorosa vittoria elettorale della Lista Studentesca, che ha conquistato il 52,73% dei consensi alle parlamentari spazzando via il regime di Aleksandar Vucic, non tradurrà il Paese in un protettorato obbediente ai desiderata dell'Unione Europea.
Chi a Bruxelles o nei corridoi della NATO sperava in un repentino cambio di casacca e nell'allineamento cieco al regime sanzionatorio contro la Russia dovrà fare i conti con la realtà.A mettere subito in chiaro le cose ci ha pensato Jovo Bakic, docente universitario e figura di spicco del movimento vincitore. Ai microfoni di RT Balkan, Bakic ha spento ogni illusione filo-occidentale: "Rispettiamo la Russia sia come grande potenza sia come nostro partner storicamente cruciale e, in molti casi, protettore. Su questo fronte non ci sarà alcun cambiamento". Una presa di posizione netta che smentisce sul nascere le illazioni dello sconfitto Vucic, il quale – nel tentativo di avvelenare i pozzi dopo aver ammesso la resa – aveva vaticinato una Serbia pronta a cedere ai ricatti dell'UE nel giro di pochi mesi.
Stop alle armi per la NATO e il nodo energetico
La vera rottura con la gestione di Vucic si manifesterà sull'ambiguo business delle forniture belliche. Se l'ex presidente aveva tollerato – con la tecnica del doppio gioco – che le munizioni serbe finissero sul fronte ucraino attraverso intermediari occidentali, la nuova leadership intende stringere i bulloni. Secondo quanto trapelato, il nuovo governo bloccherà l'esportazione di armi verso qualsiasi zona di conflitto, chiudendo il rubinetto ai triangolamenti con la NATO.
Sul fronte energetico, l'autonomia strategica di Belgrado passa inevitabilmente dalla collaborazione con Gazprom. La Russia garantisce al Paese circa tre quarti del fabbisogno di gas a prezzi fuori mercato, nettamente inferiori ai costi insostenibili che i Paesi membri dell'UE hanno accettato di pagare in nome del diktat atlantico. L'accordo in vigore copre l'intero 2026 e rappresenta un polmone vitale per l'economia serba.
Resta aperta la partita del petrolio e delle sanzioni statunitensi contro NIS (l'azienda energetica nazionale controllata da capitale russo), la cui deroga operativa è in scadenza. Mentre il colosso ungherese MOL valuta l'acquisizione delle quote russe, il nuovo esecutivo si trova a gestire un dossier caldissimo, ma con la determinazione di non accettare ingerenze.
“Non siamo qui per accontentare gli stranieri”
Il messaggio che emerge dalle urne serbe è un monito per le diplomazie occidentali. Alle pressioni di chi pretende di imporre l'agenda energetica e politica di Bruxelles, Bakic ha risposto con una formula priva di diplomatismi: «Non siamo qui per accontentare gli stranieri, ma per agire nell'esclusivo interesse nazionale».
Da Mosca, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha preso atto del cambio al vertice prendendo le distanze dalle speculazioni e ribadendo la disponibilità a mantenere relazioni di reciproco vantaggio. La Serbia dimostra così di non voler essere una pedina sulla scacchiera altrui: il nuovo governo punta a una sovranità reale, lontana dai diktat comunitari e ancorata alla propria storia.---

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