« Anche se voi vi credete assolti… »
Sui moti studenteschi, le responsabilità delle forze di destra e delle sinistre liberali e i compiti dei comunisti e di un Fronte ampio e di popolo.

Autore: Alessandro Testa
Studioso di questioni politico-filosofiche; del Centro Studi nazionale “Domenico Losurdo” e della redazione di “Diemmedi”.
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…siete lo stesso coinvolti”. Così cantava Fabrizio de André nel suo famoso capolavoro “La canzone del maggio”, dedicata alla contestazione studentesca che avvampò nel maggio ’68 francese. Ed oggi di nuovo la Francia – e tutta l’Europa – sono in fiamme, e non saranno gli idranti della polizia a spegnere l’incendio.
La rabbia che in questi giorni sta attraversando le piazze del continente non può essere ridotta ad una mera “intemperanza giovanile” e neppure ad un “disturbo passeggero” dell’ordine pubblico da contenere a colpi di manganello. La contestazione studentesca è, da sempre, una spia luminosa che si accende sul cruscotto della storia nei momenti di crisi più acuta: un fattore prognostico, l’avanguardia visibile di una collera molto più vasta, profonda e strutturale che sta maturando nei quartieri popolari, sui posti di lavoro e nel corpo vivo della classe proletaria e proletarizzata.
Verrebbe appunto da pensare subito al maggio ’68 francese — corsi e ricorsi storici —, ma in realtà sono molte altre le esperienze che confermano questa tesi: pensiamo per esempio agli scioperi universitari nella Russia zarista del 1899, che anticiparono la rottura di classe del 1905; al “Movimento del 4 Maggio” del 1919 in Cina, che trasformò la spinta studentesca nel catalizzatore della coscienza operaia; all’occupazione del Politecnico di Atene nel 1973, il cui sacrificio dei giovani greci inferse il colpo mortale alla Giunta dei Colonnelli; o ancora al Cordobazo argentino del 1969, dove la scintilla scoccata dalla contestazione degli studenti innescò lo sciopero generale dei metalmeccanici. Quando la gioventù scende in piazza e rompe la stanca liturgia del disinteresse, dell’individualismo e della muta rassegnazione, sta spesso anticipando il risveglio inarrestabile di un intero blocco sociale stritolato dal carovita, dalla guerra e dalla precarietà. Per comprenderne la portata, occorre però innanzitutto guardare la mappa di questo incendio materiale.
A Parigi e nelle principali città francesi, la rabbia ha travalicato da tempo le aule scolastiche e universitarie. Non siamo di fronte alle solite, esigue avanguardie di settore: i manifestanti sono tantissimi, una marea umana che riempie le strade e travolge ogni tentativo di contenimento. La “macronie” ha ovviamente risposto nell’unico modo di cui è capace, ovvero con una gestione puramente militare dell’ordine pubblico, cariche a freddo, fiumi di gas lacrimogeni, granate antisommossa, pallottole di gomma a bruciapelo, feriti, mutilati, fermi preventivi, accerchiamenti senza via d’uscita (le famigerate “nasse”) e una caccia all’uomo scientifica, cercando disperatamente di soffocare sul nascere ogni velleità di convergenza tra studenti e classe lavoratrice. Il colmo è che nonostante questa vergognosa e spietata repressione i fascisti di Rassemblent National ed i loro alleati, spalleggiati da diversi sindacati di polizia e dal fuoco di fila tambureggiante dei media di regime – ormai completamente in mano al potere capitalista – chiedono a gran voce un’ulteriore “giro di vite”.
Scendendo a Sud, in Spagna la piazza giovanile ha messo a nudo il bluff del welfare e della stabilità sociale. A Madrid come a Barcellona, gli studenti sono in prima fila contro un’emergenza abitativa devastante, un carovita insostenibile e la progressiva privatizzazione dei servizi essenziali. Il fatto politico centrale è che la protesta dilaga con la stessa violenza anche qui, dove al governo siede una coalizione “progressista” e sedicentemente di”sinistra” (ma sostanzialmente liberale e liberista); questa è, se ce ne fosse ancora bisogno, la riprova materiale che la gestione degli interessi del capitalismo e della rendita immobiliare non cambia col “colore politico” del governo in carica, quando si tratta di scaricare le conseguenze delle crisi di sovraccumulazione sulle giovani generazioni e sulla classe lavoratrice.
Sull’altra sponda dell’Adriatico, in Albania, la piazza di Tirana mostra senza infingimenti la natura reale del potere che regna nel “cortile di casa” europeo: mentre il governo locale viene lusingato e corteggiato, insieme ad altri Stati balcanici, dalle cancellerie di UE e NATO in nome della stabilità geopolitica e dell’allineamento strategico, gli studenti subiscono l’impatto materiale di privatizzazioni selvagge, tasse universitarie elevatissime, degrado delle istituzioni scolastiche e assenza di prospettive. A ciò si unisce la protesta contro il vergognoso piano di Rama e Kushner di costruire un lussuoso resort in un’area protetta ad altissimo valore ecologico (l’isola di Sazan e la laguna di Narta) e per finire contro l’aumento generale del costo della vita, il caro-prezzi e la corruzione diffusa nella classe politica. Le cariche della polizia e gli idranti usati contro i giovani albanesi rivelano l’altra faccia dell’integrazione occidentale: democrazia, stato di diritto e diritti civili per chi si adegua all’ordine borghese ma repressione durissima del dissenso e della protesta, al fine di garantire la stabilità dei mercati e degli equilibri geopolitici.
In Germania, il cuore economico dell’Unione, la contestazione assume contorni ancora più trasparenti. Le mobilitazioni di massa e le manifestazioni studentesche vedono la gioventù tedesca rifiutare apertamente la corsa al riarmo serpeggiante in Europa ed il ruolo di carne da cannone per i “signori della guerra” della NATO. Qui la contraddizione è ancora più scoperta: mentre la borghesia nera tedesca, assieme a parti consistenti dell’imperialismo USA hi-tech (vedi Musk) sta sospingendo il titanico riarmo in corso per poterlo poi consegnare ai neonazisti dell’AfD, in agguato come avvoltoi per banchettare sulle spoglie della defunta socialdemocrazia, questa stessa spinge con forza sulla militarizzazione della società e sulla reintroduzione della leva obbligatoria.
Infine l’Italia, che come spesso accade sembra arrivare per ultima, ma che stringe i tempi con una rapidità impressionante: da Torino a Bologna, da Roma a Milano, le piazze studentesche si riempiono di migliaia di giovani che protestano contro il carovita, la precarietà, il degrado dell’istruzione e l’economia di guerra. La risposta istituzionale non si fa attendere: un apparato normativo sempre più liberticida, condito da cariche di alleggerimento e da una criminalizzazione mediatica asfissiante che tenta di isolare i manifestanti dal resto del paese. A queste proteste si aggiungono quelle degli agricoltori del meridione, che vedono le loro attività soffocate dal caro-energia e dalla sempre maggiore dittatura delle filiere distributive in gran parte in mano al capitale globale.
Potremmo ora addentrarci nella “contabilità” dei disordini, nella distinzione tra “manifestanti buoni e casseurs cattivi”, nell’analisi sociologica di una collera delle piazze che è la diretta e inevitabile conseguenza materiale della violenza di Stato e delle sue ben note provocazioni. Ma non cadremo stoltamente in questa trappola: la vera questione è un’altra, ovvero l’analisi politica e di classe di ciò che sta succedendo.
Si tratta infatti, di materia prettamente strutturale: ciò a cui stiamo assistendo lungo le strade d’Europa non è una mera parentesi congiunturale, ma la smentita materiale e concreta dell’illusione socialdemocratica e “progressista”: la stagione della pacificazione sociale e del riformismo redistributivo è definitivamente tramontata. Il capitale finanziario globale, stretto nella morsa di crisi sistemiche sempre più ravvicinate e profonde, non dispone più dei margini economici per concedere ammortizzatori o mediazioni. Di fronte all’impossibilità di assorbire le proprie contraddizioni interne, l’architettura di potere borghese getta la maschera democratica e mostra la sua vera natura: la coercizione diretta, l’austerità permanente e la gestione poliziesca della miseria sociale.
Questa stretta interna è indissolubilmente legata allo sconvolgimento degli equilibri internazionali. Il capitale occidentale vive nel terrore di fronte all’avanzare irreversibile di un mondo multipolare e al progressivo declino dell’egemonia del dollaro. Per tentare di rinviare la propria crisi di sovraccumulazione e difendere le fonti strategiche del profitto imperiale, i blocchi di potere euro-atlantici rispondono con la logica della guerra, scatenando una spirale i cui costi devastanti – materiali e sempre più spesso anche umani – vengono completamente ribaltati sulla classe lavoratrice.
La crisi energetica e la corsa al riarmo sono le due facce speculari di questa medesima morsa: da un lato, la rottura dei canali di approvvigionamento a basso costo e la riconfigurazione forzata dei mercati energetici – figli illegittimi dei conflitti scatenati dagli “appetiti animali” della belva capitalista – si traducono in inflazione permanente e bollette insostenibili; dall’altro, queste stesse emergenze vengono assunte come il pretesto per drenare ulteriori risorse pubbliche e finanziare la militarizzazione e la produzione di armamenti. Il costo di questa ristrutturazione, imposto dalla necessità di difendere gli interessi strategici del capitale nella contesa globale, viene estratto direttamente dalle tasche dei lavoratori sotto forma di inflazione, tagli ai servizi essenziali, blocco dei salari e precarizzazione sistemica. La guerra esterna impone la disciplina sociale interna, e il conto della catastrofe cade interamente sulle spalle dei lavoratori e delle giovani generazioni.
Tuttavia, è proprio nella cruda violenza di questo scontro che si intravede l’elemento politico più avanzato. Per decenni, le ristrutturazioni produttive, il precariato selvaggio e l’offensiva ideologica neoliberista hanno prodotto una spaventosa parcellizzazione e atomizzazione della classe dei lavoratori, determinando l’arretramento e la quasi universale eclissi della sua coscienza di “classe per se”. Oggi, tra le lacrime dei gas di piazza e la rabbia contro l’impoverimento, quel processo mostra incoraggianti e inequivocabili segni di inversione: la gioventù proletarizzata che scende in piazza, scontrandosi con la repressione di Stato, inizia a riconoscere nel capitale il nemico comune e nel proprio stato di sfruttamento una condizione collettiva.
È qui che si definisce il compito storico dell’avanguardia comunista. Non si tratta di rimanere spettatori plaudenti dell’ira spontanea delle piazze, né di indugiare in idealistici giudizi morali sulla forma e la condotta tattica delle proteste: la spontaneità della piazza è una spinta fondamentale, ma da sola rischia di consumarsi o di venire repressa e riassorbita se non trova uno sbocco politicamente organizzato.
Innanzitutto, bisogna intercettare questo risveglio della coscienza di classe, saldando la ribellione studentesca e giovanile con i blocchi sociali del mondo del lavoro. Ma perché ciò sia possibile e non si riduca a semplice tatticismo congiunturale o peggio ancora puro opportunismo elettoralistico, è indispensabile quella rigorosa saldezza teorica e d organizzativa che solo un partito comunista forte, omogeneo e ben strutturato può fornire; diventa perciò evidente come perseguire l’unità dei comunisti — sia a livello di singolo Stato che sul piano internazionale — e avere la capacità politica di suscitare un fronte ampio che raduni tutte le forze antisistema e antimperialiste divengano gli imperativi strategici che oggi i comunisti di tutta Europa si debbono porre.
Se saremo in grado di fare ciò, incanalando l’energia spontanea della reazione naturale di “chi sta sotto” contro la violenza sistematica di “chi sta sopra” in una prospettiva politica e organizzata di classe, strutturando la rabbia e fornendole una teoria e una chiara “direzione d’attacco”, potremo trasformare le fiamme di oggi nella rottura sistemica di domani, presagio di quel mondo nuovo, presagito da Karl Marx, in cui “al posto della vecchia società borghese, con le sue classi e i suoi antagonismi di classe, subentrerà un’associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno sia la condizione per il libero sviluppo di tutti”.

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