sabato 10 ottobre 2026

Byoblu - Esteri Gaza, Shahd, 8 anni, uccisa da un drone israeliano. Oltre 1.460 i palestinesi uccisi dal «cessate il fuoco».


Esteri — Byoblu
Un anno dopo la tregua del 10 ottobre 2025 si muore ancora ogni giorno. Israele controlla più territorio di prima e la ricostruzione è rinviata al 2027.
Byoblu·6 ore fa

Un anno di «cessate il fuoco» a Gaza ha lasciato oltre 1.460 palestinesi uccisi.

Il conto arriva dal ministero della Salute della Striscia. Al 7 ottobre i morti dall’inizio della tregua erano 1.460 e i feriti 5.116. Oggi, giorno dell’anniversario, il dato è salito ad almeno 1.481 morti e 5.254 feriti. Più di 300 vittime erano bambini. L’accordo, mediato dagli Stati Uniti, è entrato in vigore a mezzogiorno del 10 ottobre 2025. Ha fermato i bombardamenti su larga scala, mentre le uccisioni sono proseguite al ritmo medio di circa quattro al giorno.

L’anniversario a Gaza City

Anche oggi si è sparato. Almeno sette persone sono state uccise in attacchi israeliani, secondo fonti mediche. Tra loro c’è Shahd Abdul-Razzaq al-Najjar, 8 anni, colpita da un drone quadricottero nella zona di al-Jawazat, nella parte occidentale di Gaza City. Nella stessa area un bombardamento ha ucciso quattro persone e ne ha ferite diverse, ha riferito l’ospedale al-Shifa. Un’altra vittima nel quartiere di Tuffah, a nord-est della città, sempre per un drone. A Khan Younis, nel sud, una donna è morta per le ferite riportate in un attacco della mattina.

La giornata di oggi rientra nella norma della tregua. Un’analisi di Al Jazeera ha contato attacchi israeliani su Gaza in 325 dei 361 giorni precedenti. I giorni senza attacchi, morti o feriti segnalati sono stati 36. L’OCHA, l’ufficio delle Nazioni Unite che coordina gli aiuti umanitari, citando il ministero, registrava 1.431 morti al 30 settembre, 29 dei quali nell’ultima settimana del mese.

Il ministero conta solo i decessi passati dagli ospedali o registrati ufficialmente. Le agenzie ONU considerano attendibili i suoi dati. I dispersi sotto le macerie restano fuori dal calcolo, quindi il bilancio reale è ragionevolmente molto più alto.

Israele sostiene di colpire miliziani di Hamas e accusa il movimento di violare l’accordo. Nello stesso anno almeno sette soldati israeliani sono stati uccisi nella Striscia.

«Un cessate il fuoco che esiste solo di nome»

Ieri più di cento organizzazioni umanitarie e per i diritti umani hanno firmato una dichiarazione congiunta. Tra queste Amnesty International, il Consiglio norvegese per i rifugiati, Save the Children, Oxfam e Greenpeace. «Il cessate il fuoco esiste solo di nome», scrivono: le forze israeliane continuano a uccidere e ferire palestinesi ogni giorno, e le restrizioni su aiuti, attrezzature e materiali da costruzione impediscono alle famiglie di riprendersi.

Le organizzazioni contano almeno 327 bambini uccisi dall’inizio della tregua. Inger Ashing, a capo di Save the Children, parla di quasi un bambino ucciso al giorno: «Un cessate il fuoco non ha senso se i bambini continuano a essere uccisi». Jan Egeland, segretario generale del Consiglio norvegese per i rifugiati, definisce «del tutto vergognoso» che dopo un anno le cose siano migliorate così poco. Agnes Callamard, segretaria generale di Amnesty, chiama in causa la mancata applicazione degli ordini vincolanti della Corte internazionale di giustizia, il tribunale ONU che giudica le controversie tra Stati: «La responsabilità non può essere sepolta sotto le macerie».

Il quadro sanitario descritto dal ministero è questo: nessuno dei 36 ospedali della Striscia lavora a pieno regime. Oltre 18.500 pazienti, tra cui almeno 4.000 bambini, attendono un’evacuazione medica. Più di mille sono morti in attesa. L’80% degli edifici è danneggiato e 1,4 milioni di persone affrontano una fame di livello critico o peggiore fino alla fine dell’anno.

Da dove nasce la tregua

La guerra (anche se non si può chiamare “guerra”, perché una “guerra” è simmetrica, tra due paesi in conflitto che hanno entrambi organizzazioni militari) è cominciata dopo l’attacco di Hamas in Israele del 7 ottobre 2023. Da allora il ministero della Salute di Gaza conta almeno 74.370 morti e 175.371 feriti. Lo scorso anno la commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele sta commettendo un genocidio nella Striscia. Israele respinge l’accusa e presenta l’operazione come una guerra di difesa. La Corte Penale Internazionale, che decide sui crimini di guerra e sul genocidio, dopo il mandato di cattura internazionale spiccato contro Netanyahu (e dopo il Nobel alla giudice che ha parlato di genocidio, Navy Pillay), è stata pesantemente attaccata dagli USA, ieri, che hanno annunciato sanzioni devastanti entro sei mesi. La UE, oggi, ha reagito dichiarando che farà tutto il necessario per sostenere la Corte.

L’accordo del 2025 nasce dal piano dell’amministrazione Trump. Prevedeva fasi successive: rilascio degli ostaggi, ritiri israeliani graduali, disarmo di Hamas e ricostruzione sotto la supervisione del Board of Peace, l’organismo a guida statunitense creato per gestire il dopoguerra.

La linea gialla avanza verso ovest

Alla firma, l’esercito israeliano controllava circa il 53% di Gaza, dietro un confine provvisorio chiamato «linea gialla». Le fasi successive avrebbero dovuto ridurre quella quota. È accaduto il contrario. A maggio Israele controllava circa il 64% del territorio e Benjamin Netanyahu ha dichiarato di aver ordinato all’esercito di arrivare al 70%. L’OCHA segnala oggi restrizioni di accesso sul 65% della Striscia. Il restante 35%, dove vivono i civili, è definito «già sovraffollato».

Chi si avvicina alla linea rischia di essere ucciso, e ci sono stati casi documentati. Israele sta inoltre costruendo un muro all’interno di Gaza. Secondo il Centro satellitare delle Nazioni Unite, dopo l’inizio della tregua le strutture distrutte sono aumentate del 9%. Nei soli primi tre mesi sarebbero stati demoliti oltre 2.500 edifici.

Aiuti: i camion promessi e quelli arrivati

L’intesa prevedeva fino a 600 camion al giorno tra cibo, carburante, medicinali, materiali per ripari e merci commerciali. L’ufficio stampa del governo di Gaza sostiene che fino ad aprile ne sia entrato circa un quarto. Israele afferma che oggi i camion quotidiani superano i 600.

Le agenzie ONU descrivono un flusso stretto e intermittente. Dal 24 maggio, quando Israele ha chiuso il valico di Zikim, l’unico passaggio merci attivo è Kerem Shalom, al confine sud-orientale. I limiti israeliani su olio motore, ricambi e attrezzature hanno portato al minimo la produzione dei due impianti di desalinizzazione del sud, essenziali per l’acqua potabile. Almeno altri quattro varchi principali restano chiusi. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, quasi due milioni di persone hanno bisogno di un riparo in vista del freddo. Anche Rafah, il valico con l’Egitto, doveva aprirsi alla libera circolazione: tra febbraio e aprile, secondo le autorità di Gaza, si è svolto circa un quarto degli attraversamenti concordati.

Ricostruzione rinviata, disarmo in stallo

A settembre il Board of Peace, nel cui consiglio esecutivo siede Jared Kushner, genero di Trump, ha proposto una prima fase da 2,45 miliardi di dollari. La ricostruzione completa potrebbe costarne 71,4 in dieci anni. I cantieri partirebbero nel 2027, «man mano che la smilitarizzazione procede».

Il nodo sta qui. Washington e Netanyahu legano la ricostruzione al disarmo di Hamas. Il movimento ha accettato a luglio un quadro per il disarmo, ma lo subordina al ritiro israeliano, che finora non c’è stato. Kushner ha ammesso «ritardi diversi su cose diverse». Intanto quasi due terzi degli abitanti di Gaza vivono in tende o rifugi di fortuna.

Il bilancio degli impegni

Nella prima fase Hamas ha restituito tutti i 48 ostaggi rimasti, vivi e morti. Sul fronte israeliano, i dati raccolti da ONU e organizzazioni umanitarie descrivono un altro esito: le ostilità dovevano cessare e si contano oltre 1.460 morti; le linee dovevano restare ferme e si sono spostate; gli aiuti dovevano arrivare fino a 600 camion al giorno e il valico merci aperto è uno solo; Rafah doveva aprirsi e ha funzionato a un quarto. Israele, dal canto suo, indica nella mancata consegna delle armi da parte di Hamas il motivo per cui le fasi successive non sono partite.

Oggi, a Oslo, il Nobel per la pace è stato assegnato a Navi Pillay, la giurista che ha presieduto la commissione d’inchiesta ONU che ha accusato Israele di genocidio a Gaza.

Fonti

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