domenica 25 ottobre 2026

L'AntiDiplomalico - In ginocchio da Putin: dopo aver sabotato la diplomazia, Bruxelles ora cerca un posto al tavolo.

 

25 Ottobre 2026 11:00

di Alessandro Bartoloni

La capacità di negoziare è uno degli strumenti fondamentali del potere politico. Si può essere in disaccordo con un avversario, imporgli sanzioni o sostenere militarmente i suoi nemici, ma rinunciare al dialogo significa rinunciare anche alla possibilità di influenzare l’esito di un conflitto.

E quando si smette di parlare con qualcuno, non lo si cancella dalla realtà: si lascia semplicemente che siano altri a trattare con lui e a decidere le condizioni della pace.

È la lezione che l’Unione europea sembra aver imparato nel modo più umiliante.

Dopo anni trascorsi a inseguire la contrapposizione con la Russia, a inasprire le sanzioni economiche, a sostenere militarmente l’Ucraina e a perseguire l’isolamento politico di Mosca, Bruxelles starebbe ora valutando la nomina di un rappresentante di alto livello incaricato di dialogare direttamente con Vladimir Putin.

Una prospettiva che, se confermata, avrebbe un significato politico enorme. L’Unione europea, che per anni ha presentato la propria linea come l’unica moralmente e strategicamente accettabile, si ritroverebbe a cercare disperatamente un canale diplomatico proprio con quel governo con cui aveva promesso di non normalizzare i rapporti.

La questione non è soltanto chi verrà mandato a parlare con il Cremlino. La domanda è molto più scomoda: com’è possibile che una delle maggiori potenze economiche mondiali si sia ridotta a inseguire gli altri per ottenere un posto al tavolo delle trattative su una guerra che coinvolge direttamente la sua sicurezza?

Il presidente ceco Petr Pavel avrebbe sollevato la possibilità di nominare un negoziatore europeo incaricato di trattare con Mosca. Tra i possibili candidati sarebbe emerso il nome del presidente finlandese Alexander Stubb, sebbene non risulti ancora definita alcuna nomina.

Il solo fatto che questa ipotesi venga presa in considerazione è già indicativo della crisi politica europea.

L’Unione dispone infatti di un apparato istituzionale e diplomatico imponente. Ha una presidente della Commissione, un presidente del Consiglio europeo, un Alto rappresentante per gli Affari esteri e un servizio diplomatico destinato a coordinare la propria azione internazionale. Eppure, quando si tratta di affrontare il dossier più importante per la sicurezza del continente, tutto questo apparato sembra non bastare.

Il motivo è semplice: avere istituzioni non significa avere una strategia, così come disporre di una diplomazia non significa essere in grado di negoziare.

Ursula von der Leyen è diventata uno dei simboli della linea dello scontro con Mosca: sanzioni, sostegno militare a Kiev e isolamento della Russia. Una linea che può raccogliere consenso in determinati ambienti politici europei, ma che rende estremamente difficile presentarsi al Cremlino come un’interlocutrice credibile e disposta a esplorare un compromesso.

Lo stesso problema riguarda Alexander Stubb, che si è distinto per il suo sostegno all’Ucraina e per le sue dure critiche alla Russia. Posizioni che possono rafforzarne il profilo presso una parte della classe dirigente europea, ma che non costituiscono necessariamente un vantaggio quando si tratta di sedersi al tavolo con la controparte.

Bruxelles rischia così di confondere ancora una volta la fedeltà alla propria linea politica con la capacità di ottenere risultati.

Il problema, infatti, non è trovare un politico abbastanza importante da rappresentare l’Unione. È trovare qualcuno che possa parlare a nome dell’Europa senza essere considerato da Mosca il semplice portavoce di una politica di ostilità.

E qui emerge tutta la contraddizione di una classe dirigente che ha investito enormi risorse politiche nel confronto con la Russia, salvo poi scoprire che per negoziare con un avversario non basta condannarlo, sanzionarlo o dichiarare che prima o poi sarà costretto a cedere.

Il fallimento della strategia europea emerge con particolare evidenza se si guarda a Washington.

Secondo la ricostruzione citata, Vladimir Putin avrebbe incontrato a lungo a San Pietroburgo l’inviato statunitense Steve Witkoff, dopo consultazioni a Oslo che avevano coinvolto rappresentanti ucraini ed europei.

Al di là delle possibilità concrete di raggiungere un accordo, la sequenza è politicamente eloquente: gli Stati Uniti continuano a mantenere un canale diretto con Mosca, mentre l’Unione europea fatica a conquistarsi un ruolo autonomo nel processo negoziale.

n altre parole, Washington tratta con il Cremlino mentre Bruxelles rischia di restare a guardare.

Il paradosso è evidente. L’Europa è direttamente esposta alle conseguenze della guerra: dalla sicurezza continentale ai rapporti energetici, dalle sanzioni economiche agli impegni militari e finanziari a sostegno dell’Ucraina. Eppure, proprio quando si discute del possibile assetto futuro del continente, rischia di essere relegata a un ruolo marginale.

Chi negozia ha la possibilità di avanzare proposte, sondare la disponibilità al compromesso, modificare le priorità e influenzare le condizioni di un accordo. Chi resta fuori deve invece limitarsi a reagire alle decisioni altrui, cercando di correggere a posteriori gli equilibri che altri hanno contribuito a definire.

È questo il prezzo dell'irrilevanza diplomatica: non essere necessariamente privi di potere, ma non riuscire a trasformarlo in influenza politica.

I dirigenti europei possono ripetere quanto vogliono che nessun accordo sulla sicurezza del continente dovrebbe essere concluso senza il coinvolgimento dell’Europa. Ma le dichiarazioni solenni non bastano. Per sedersi al tavolo bisogna essere considerati interlocutori necessari, capaci di offrire qualcosa, modificare le proprie posizioni e assumersi la responsabilità delle proprie scelte..

Non basta rivendicare un posto al tavolo. Bisogna avere qualcosa da negoziare e la capacità di farlo.

La contraddizione più grave riguarda la politica delle sanzioni.

Von der Leyen ha ribadito la propria opposizione alla revoca delle restrizioni sull’energia russa prima della fine del conflitto, continuando a promuovere una maggiore integrazione del sistema energetico europeo.

La linea è chiara: mantenere la pressione economica su Mosca e proseguire nel percorso di distacco energetico dalla Russia. Ma se l’obiettivo è anche quello di ottenere un accordo, sorge una domanda inevitabile: quale margine di trattativa intende lasciare Bruxelles?------


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