sabato 17 ottobre 2026

Cavallo di Fuoco - Putin, il comunismo e lo sviluppo economico di Russia e Cina.



Putin, il comunismo e lo sviluppo economico di Russia e Cina.

Putin e Xi

Autore: Giorgio Brera

Esperto di sistemi energetici e politiche della transizione ecologica.

ABSTRACT

Il saggio ricostruisce, sulla base di dichiarazioni pubbliche verificabili (2018-2025) e di una recente lettura accademica (Libman 2025), come Vladimir Putin concepisca il rapporto tra comunismo, mercato e Stato nello sviluppo economico della Russia e come interpreti l’esperienza della Repubblica Popolare Cinese. Formatosi nell’Unione Sovietica, testimone del suo crollo e delle riforme liberiste degli anni Novanta, Putin esclude la restaurazione del sistema sovietico e la nazionalizzazione generalizzata, ma riconosce l’efficacia della combinazione di pianificazione e mercato sotto la direzione del Partito comunista cinese, senza proporne l’imitazione. L’articolo sostiene che la sua posizione sia un pragmatismo statalista – mercato e concorrenza «sotto il controllo dello Stato» – e non una conversione alla pianificazione di tipo sovietico; la confronta con il modello cinese e con la bassa crescita dell’Europa liberista, e indica i limiti delle fonti disponibili.

Putin, Russia, Cina, comunismo, pianificazione, economia di mercato, sviluppo economico, capitalismo di Stato, anglosfera

1. Intrduzione: un osservatore di tre sistemi

Il pensiero economico di Vladimir Putin merita attenzione non perché sia una dottrina compiuta – non lo è – ma perché il suo autore ha attraversato, da protagonista o da testimone, le tre grandi forme di organizzazione economica del secondo Novecento. Nato a Leningrado nel 1952, laureato in giurisprudenza nel 1975 e funzionario del KGB fino al 1991, anche con un periodo a Dresda nella Germania orientale, Putin si è formato dentro uno Stato socialista e ne conosceva i meccanismi di potere dall’interno. Ha poi visto il crollo dell’URSS, lavorato nell’amministrazione di Anatolij Sobchak a San Pietroburgo durante la prima ondata di liberalizzazioni e privatizzazioni (Libman 2025), e assistito al «capitalismo selvaggio» degli anni Novanta. Primo ministro dall’agosto 1999, presidente dal 2000 (con l’intervallo da premier tra il 2008 e il 2012), guida la Russia da oltre un quarto di secolo.

In parallelo, la Repubblica Popolare Cinese – nata nel 1949 dopo un partito comunista fondato nel 1921 con l’assistenza dell’Internazionale comunista (Pantsov 2000) e avviata all’industrializzazione con un decisivo aiuto sovietico nel primo piano quinquennale – è cresciuta fino a diventare una delle due maggiori economie del mondo. Putin ha quindi potuto osservare da vicino due percorsi usciti dallo stesso ceppo: uno che si è dissolto nel 1991 e uno che, sotto la guida del Partito comunista cinese (PCC), ha combinato pianificazione quinquennale e mercato. Il suo giudizio su entrambi è il tema di questo saggio.

Il confronto con l’Occidente anglosassone ed europeo è il terzo termine. Mentre la fiducia nel mercato come regolatore quasi esclusivo ha accompagnato in Europa un lungo rallentamento della produttività (Draghi 2024), Putin e i suoi interlocutori cinesi sostengono, con accenti diversi, che sviluppo e sovranità richiedano una direzione pubblica dell’economia. È un terreno vicino a quello aperto da «Diemmedì» con gli interventi sul ritorno all’economia reale e sul modello cinese (Galofaro 2026; Marcenaro 2026).

Una precisazione di metodo. Putin non ha scritto un trattato di economia politica: il suo pensiero va ricostruito da discorsi, interviste e risposte a domande, che sono atti politici oltre che teorici. Il saggio distingue perciò sempre tra ciò che Putin ha dichiarato, ciò che gli studiosi ne hanno interpretato e ciò che l’economia russa ha effettivamente realizzato. Su questa distinzione si regge la possibilità di affermare, documenti alla mano, che una certa idea sia davvero sua.

2. Putin e il comunismo: tre giudizi da tenere separati

La formula «Putin è contro il comunismo» è troppo grossolana per reggere al confronto con i testi. Le dichiarazioni disponibili riguardano tre oggetti distinti: un modello socioeconomico (il socialismo sovietico), una politica della proprietà (la nazionalizzazione generalizzata) e uno Stato (l’URSS).

Il modello sovietico: un vicolo cieco. Già nel manifesto programmatico del dicembre 1999, La Russia al volgere del millennio, Putin riconosceva i «risultati» sovietici, ma giudicava l’esperimento bolscevico una strada che «portava a un vicolo cieco, lontano dalla corrente principale della civiltà», al prezzo di costi «scandalosi» per il paese (Putin 1999, nella traduzione in Vital Speeches of the Day 2000). Nella conferenza stampa annuale del 20 dicembre 2018, richiesto se il socialismo potesse essere restaurato, rispose di no, perché la società è cambiata nel profondo; ammise però che singoli elementi di socializzazione possono servire nell’economia e nella sfera sociale, osservando che il modello comporta sempre spese superiori alle entrate e porta a un vicolo cieco economico (Interfax 2018; Putin 2018). Il giudizio è dunque storico ed economico, non una legge generale sull’impossibilità di ogni socialismo.

La nazionalizzazione generalizzata: no, ma non per principio. Al Valdai del 27 ottobre 2022, rispondendo a una domanda sul ruolo dei comunisti, Putin osservò che chi ha convinzioni comuniste vorrebbe in pratica nazionalizzare di nuovo tutto, dubitò dell’efficacia della soluzione, ricordò che la legge sulla nazionalizzazione esiste ma non viene applicata in modo generale, e indicò come strumento più efficace «i principi di mercato, ma sotto il controllo dello Stato» (Putin 2022, traduzione redazionale). Già nel 2000, in un’intervista a PBS Frontline, aveva definito inaccettabili le proposte di confisca e ridistribuzione dei comunisti, riconoscendo tuttavia al loro movimento una consistente base sociale (PBS Frontline 2000). Non è un rifiuto del KPRF in quanto tale, ma delle sue proposte economiche.

L’URSS come Stato: non va ricostituita. Nell’intervista del 4 dicembre 2025 a India Today e Aaj Tak Putin ha attribuito il crollo al fatto che il sistema «non si era rivelato vitale», invitando a costruirne uno capace non solo di difendersi ma di svilupparsi, e ha escluso la ricostituzione dell’URSS per le conseguenze che avrebbe sulla composizione nazionale e religiosa della Federazione (Putin 2025). Qui il ragionamento è demografico e politico, non economico.

La memoria putiniana dell’URSS è perciò selettiva: valorizza la potenza e alcuni risultati sociali e tecnologici, ma critica la struttura istituzionale (il discorso del 21 febbraio 2022 imputa a Lenin l’impianto nazionale-territoriale dello Stato; Putin 2022b) e, soprattutto, l’economia di comando. Per Libman (2025) la pianificazione è la ragione principale per cui Putin critica l’età sovietica, mentre l’influenza politica del grande capitale privato è la ragione per cui critica gli anni Novanta. È la chiave che serve per leggere le sezioni successive.

3. Lo sviluppo economico russo: dal mercato senza Stato allo Stato come attore guida

La lezione degli anni Novanta. Per Putin la transizione liberista non è un modello ma un avvertimento. Libman (2025) ricorda che egli ne ha visto il funzionamento da San Pietroburgo: un capitalismo fondato su scarsa fiducia, spoliazione di beni e accordi opachi. Già nei primi anni da presidente ha ripetuto che le imprese non devono «influenzare le decisioni politiche»; nel discorso alla Nazione del febbraio 2024 ha detto che la parola «elite» si è screditata applicata a chi si è arricchito negli anni Novanta (The Bell 2024). Il mercato è utile, ma non può definire gli interessi nazionali: questo spetta allo Stato (Libman 2025).

Il mercato resta, il comando amministrativo no. È qui che l’ipotesi di una svolta verso «molta pianificazione» va corretta. Nel discorso all’Assemblea federale del 2021 Putin ha detto che non si può contare su soluzioni direttive, ricordando a che cosa condussero tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta (nella traduzione inglese di Libman, a «empty shells», gusci vuoti). E ha aggiunto che nessuno intende fissare i prezzi per decreto (Putin 2021, citato in Libman 2025). La stessa avversione al «controllo manuale» dei prezzi ricorre dopo il 2022. Nel marzo 2020 ha sostenuto che la concorrenza deve essere «naturale, senza vincoli esterni» (Putin 2020, in Libman 2025); l’opposizione ai monopoli è un tema costante.

La direzione strategica: obiettivi, progetti nazionali, Stato investitore. Accanto a questo, dal 2024 si rafforza un indirizzo pubblico degli obiettivi. Al Forum economico di San Pietroburgo del 7 giugno 2024 Putin ha indicato, tra l’altro, la riduzione della quota delle importazioni al 17% del PIL entro il 2030 «con una produzione interna competitiva» e non con barriere amministrative, una spesa interna in ricerca e sviluppo di almeno il 2% del PIL, l’ingresso della Russia tra i primi dieci paesi al mondo per ricerca e sviluppo entro sei anni e l’aggancio del salario minimo al salario mediano (HSE 2024). Nel messaggio del febbraio 2024 ha annunciato cinque «progetti nazionali» e circa 6.000 miliardi di rubli di nuova spesa in sei anni, circa lo 0,6% del PIL l’anno; secondo The Bell (2024) lo Stato intende così agire da «giocatore principale del mercato».

Il ruolo della proprietà pubblica. Putin ha ripetuto, ancora nell’aprile 2024 e nel giugno 2025, che le privatizzazioni degli anni Novanta non saranno rimesse in discussione; tuttavia, secondo la Procura generale russa, i beni riportati sotto controllo statale sono passati da circa 1.300 miliardi di rubli (circa cento aziende) nel 2022 a 2.400 miliardi nel 2024 e a oltre 4.000 miliardi nel 2025 (The Moscow Times 2025, che riprende Kommersant). Alla fine del 2025 le associazioni imprenditoriali hanno chiesto al presidente una formula chiara che non lasci spazio all’arbitrio dei tribunali. Non è nazionalizzazione generalizzata, ma non è nemmeno il «mercato sotto controllo» in senso blando.

Che cosa si può dire, e che cosa no. Le fonti sostengono che Putin vuole uno Stato che fissi obiettivi, orienti gli investimenti e disciplini i capitali; non sostengono che abbia ripristinato una pianificazione integrale della produzione. Sui risultati, le previsioni del Fondo monetario internazionale dell’aprile 2026 indicano per la Russia una crescita dell’1,1% nel 2026 e nel 2027 (Interfax 2026): un dato basso, che pesa sulla credibilità del modello e che va letto insieme alla quota crescente della spesa militare, difficile da distinguere dall’investimento produttivo civile.

4. La Cina popolare: come Putin legge un altro socialismo

Un percorso parallelo. Il PCC nasce nel 1921 con il contributo di emissari del Comintern (Pantsov 2000); la Repubblica Popolare, proclamata nel 1949, avvia l’industrializzazione con il primo piano quinquennale (1953-1957) e con il supporto tecnico sovietico, poi rotto dalla frattura sino-sovietica. Dopo il 1978 la Cina ha mantenuto la direzione del partito e la pianificazione pluriennale, aprendo al mercato e agli investimenti esteri; la definizione ufficiale odierna è quella di «economia socialista di mercato» (PCC 2022). Il 15° piano quinquennale, per il periodo 2026-2030, è stato approvato dall’Assemblea nazionale del popolo nel marzo 2026 con un obiettivo di crescita per l’anno del 4,5-5% e priorità nell’autosufficienza industriale, nell’intelligenza artificiale e nelle tecnologie avanzate (Al Jazeera 2026). Lo stesso strumento è stato considerato da «Diemmedì» un fattore di successo: il 14° piano fissava al 20% la quota di auto elettriche sulle nuove vendite, raggiunta con tre anni di anticipo (Marcenaro 2026).

Che cosa dice Putin. Al Valdai del 21 ottobre 2021 ha osservato che in Cina, «mentre il Partito comunista mantiene il proprio ruolo dirigente, il paese dispone di un mercato funzionante e le sue istituzioni sono piuttosto efficaci. È un fatto evidente» (Putin 2021b, traduzione redazionale). Nel 2023, al Valdai, ha invitato a studiare le rivoluzioni invece di liquidarle con condanne indistinte, attribuendo la crescita cinese alla guida del PCC e di Xi Jinping (Putin 2023). Il 7 giugno 2024, a San Pietroburgo, ha ricordato che molti esperti giudicano il modello cinese più efficiente di quelli nordamericano ed europeo, e lo ha collegato alla combinazione di elementi di pianificazione e di mercato; il rilievo è stato ripreso al Valdai del 7 novembre 2024 (Putin 2024a; 2024b).

Che cosa non dice. Interpellato da Sergej Karaganov, che proponeva per il modello russo l’etichetta di «capitalismo sociale autoritario», Putin non l’ha fatta propria e ha insistito sulla necessità di partire dalle condizioni storiche, culturali e produttive della Russia (Putin 2024a). La stessa precisazione vale per la Cina: egli attribuisce il successo a «molti esperti» e al contesto nazionale, non a una superiorità universale del socialismo, e non chiede alla Russia di adottarne l’ideologia. Resta una tensione teorica: la pianificazione che nel 2018 gli appariva, nella versione sovietica, un vicolo cieco, nel 2024 è un ingrediente efficace nella versione cinese. Non è però una contraddizione logica, perché cambiano il grado di centralizzazione, i meccanismi di incentivo, l’apertura ai mercati globali e le condizioni storiche.

Che cosa spiega davvero il caso cinese. L’apprezzamento di Putin non è un’analisi causale. Tra i fattori che gli studiosi indicano vi sono la continuità dei piani industriali e infrastrutturali, la dimensione del mercato interno, l’accumulazione di capitale, l’investimento in formazione e ricerca, l’integrazione nelle catene globali del valore, le imprese statali strategiche e un vasto settore privato dinamico. Anche la collocazione è da precisare: secondo le proiezioni del Fondo monetario internazionale dell’aprile 2026, nel 2031 gli Stati Uniti resterebbero primi in termini nominali (circa 39.000 miliardi di dollari contro circa 27.500 della Cina), mentre a parità di potere d’acquisto la Cina sarebbe in testa (circa 58.000 miliardi contro 39.000; StatisticsTimes 2026, su dati FMI). Chiamarla «l’economia più importante del mondo» è quindi esatto solo con la seconda misura.

Complementarità e rischio di dipendenza. Putin ha detto che l’Unione economica eurasiatica e la Belt and Road cinese non sono necessariamente in contrasto e possono integrarsi con infrastrutture e catene logistiche (Putin 2023). Resta la questione, che non è sua ma analitica, della asimmetria: un paese che esporta soprattutto materie prime e importa prodotti complessi può approfondire la propria dipendenza tecnologica anche migliorando il saldo commerciale.

5. Il confronto con l’Occidente: la fiducia nel mercato e i suoi costi

Il giudizio di Putin. Nell’intervista al Financial Times del giugno 2019 Putin dichiarò che l’idea liberale «è diventata obsoleta» perché «è entrata in conflitto con gli interessi della stragrande maggioranza della popolazione» (Financial Times 2019, come riportato dalla stampa internazionale). È un giudizio politico e culturale, non una diagnosi economica, e va letto insieme alla tesi, ricorrente nei suoi discorsi, secondo cui le sanzioni occidentali nascono dal timore della concorrenza russa e cinese (Libman 2025). Nel giugno 2024 ha poi citato gli esperti che ritengono il modello cinese più efficiente di quello europeo e nordamericano (Putin 2024a).

I dati sull’Europa. Il rapporto Draghi sulla competitività europea (settembre 2024) è la fonte più autorevole e meno sospetta: la produttività per lavoratore è cresciuta in Europa di circa lo 0,5% l’anno dal 2019 contro l’1,6% degli Stati Uniti; il divario del PIL reale tra UE e Stati Uniti è passato dal 17% del 2002 al 30% del 2023; per mantenere il proprio rango l’Unione dovrebbe investire circa 800 miliardi di euro in più ogni anno, portando la quota di investimenti dal 22% al 27% del PIL (Draghi 2024, secondo la sintesi della Fondation Robert Schuman). Draghi non propone la pianificazione, ma una politica industriale europea coordinata: ammette cioè che l’affidamento al solo mercato non basta.

Una precisazione sull’anglosfera. L’idea di una «bassa crescita» dell’intero blocco anglosassone ed europeo va articolata. Gli stessi dati di Draghi mostrano che la crescita della produttività negli Stati Uniti è stata più che tripla di quella europea, e gli Stati Uniti restano la prima economia in termini nominali. La critica più solida riguarda l’Europa e, in parte, i modelli di crescita basati su finanza e terziario à scapito dell’industria, tema affrontato su «Diemmedì» da Galofaro (2026). Per il Regno Unito non sono stati raccolti, in questa fase, dati comparabili: la sezione andrà integrata con le serie dell’OCSE o dell’Office for National Statistics prima della pubblicazione. Va infine ricordato che negli Stati Uniti, dopo il 2020, politiche industriali esplicite (come il CHIPS and Science Act e l’Inflation Reduction Act del 2022) hanno ridimensionato, almeno nei fatti, il dogma della fiducia illimitata nel mercato.

Che cosa ne segue per la lettura di Putin. Il confronto serve a Putin per due scopi: legittimare l’idea che lo sviluppo richieda un indirizzo pubblico e che la concorrenza sia uno spazio di forza geopolitica (Libman 2025). Ma non dimostra che il modello russo funzioni meglio: lo dimostrano i dati sulla produttività, sugli investimenti civili e sul reddito delle famiglie, che per la Russia nel 2026 sono modesti (crescita prevista dell’1,1%; Interfax 2026). Il confronto con l’Occidente è quindi una critica efficace, ma non una prova a favore.

6. Conclusioni: un pragmatismo statalista, non una conversione

Le fonti consentono di affermare con sicurezza quattro cose. Primo: Putin esclude la restaurazione del sistema sovietico, che giudica non vitale e destinato a un vicolo cieco economico, ma non condanna ogni forma di socialismo e non nega gli elementi sociali di quell’esperienza. Secondo: respinge la nazionalizzazione generalizzata e rivendica «i principi di mercato, ma sotto il controllo dello Stato». Terzo: riconosce che in Cina il PCC ha diretto una trasformazione di grande portata combinando pianificazione e mercato, e lo dice sia nel 2021 sia nel 2024. Quarto: non ne trae la conclusione che la Russia debba imitarla, e insiste sulle condizioni nazionali.

Non è invece documentato che Putin consideri la proprietà sociale dei mezzi di produzione o il marxismo-leninismo causa dello sviluppo cinese, né che si sia convertito alla pianificazione di tipo sovietico. L’ipotesi di una svolta russa verso «molta pianificazione» è vera in un senso preciso: dal 2024 lo Stato fissa obiettivi quantitativi, finanzia progetti nazionali, riporta sotto controllo pubblico imprese private per oltre 4.000 miliardi di rubli e si presenta come attore principale del mercato. È falsa se per pianificazione si intende il comando amministrativo dell’offerta e dei prezzi, che Putin ha sempre rifiutato in modo esplicito. La formula più prudente è quella di una direzione strategica statale su un’economia che resta di mercato.

Il punto più interessante per un lettore marxista è la tensione, ancora irrisolta, tra le due parti del suo pensiero. Se la pianificazione è un fattore di efficienza in Cina, perché nella Russia sovietica fu un limite? Putin risponde con l’argomento della specificità storica; Libman (2025) propone, come ipotesi accademica e non come autodefinizione, che per lui la concorrenza sia anche uno spazio di selezione dei più forti, e che lo Stato debba definire gli interessi nazionali entro cui il mercato opera. In un caso come nell’altro, la discriminante non è la dicotomia tra Stato e mercato, ma chi controlla le risorse strategiche e a quali fini è subordinata la crescita.

Resta aperta la verifica empirica, che solo i dati di lungo periodo possono dare: produttività per ora lavorata, investimenti fissi, spesa in ricerca, densità robotica, peso delle imprese pubbliche, distinzione tra investimenti civili e militari. Con una crescita prevista attorno all’1% e una forte componente bellica, la Russia non è oggi la dimostrazione che il modello funzioni; la Cina, con un obiettivo di crescita del 4,5-5% e un nuovo piano quinquennale, è invece il punto di riferimento che Putin sceglie di citare, senza adottarlo.---



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