Elezioni israeliane: l’affluenza record conferma la fascistizzazione della “società sionista”


Autore: Stefano Zecchinelli
Giornalista; della redazione della testata on line “L’Interferenza
Le ultime elezioni israeliane hanno evidenziato la convergenza dell’elettorato verso una triplice postura reazionaria: in economia il neoliberismo della Scuola di Chicago, in politica interna la creazione d’un regime imperiale etnicamente omogeneo e nella geopolitica sionista l’avversione nei confronti dell’Eurasia.
L’attacco, basato su un ragionamento decisamente illogico, di Netanyahu a Putin (un’aggressione verbale avvenuta qualche giorno prima delle elezioni) conferma la vocazione unilaterale dello Stato Sionista: la Federazione Russa al termine della II Guerra Mondiale salvò la vita di milioni d’ebrei, mentre il sionismo, con cinismo e nell’indifferenza, contempla la distruzione d’una porzione del pianeta.La posta in gioco è altissima: secondo lo storico post-sionista (un tempo attivista del Partito Comunista Israeliano) Ilan Pappé ci troviamo davanti un movimento reazionario che unisce le istanze del “sionismo religioso” con quelle dell’ebraismo talmudico, caratterizzato dalla disumanizzazione dei “non ebrei”, i cui sostenitori vogliono la creazione della “Super Sparta”, una dittatura teocratica.
Alberto Negri, giornalista solitamente ben informato di formazione socialista, ha decostruito il mito dell’”opposizione israeliana”, evidenziando come “destra” e “sinistra” convergano sulla questione del razzismo neocoloniale: “Cosa pensa dei palestinesi Netanyahu, per altro sotto processo per corruzione, con un mandato di arresto della Corte penale internazionale per crimini di guerra, lo sappiamo. Il suo avversario, l’ex generale Eisenkot, che propone soltanto revisioni cosmetiche e una maggiore apertura internazionale, non ha comunque pronunciato una parola di condanna per la distruzione di Gaza e le condizioni dei suoi abitanti, come sottolineava sul manifesto Michele Giorgio. E neppure si è dichiarato contro le violenze dei coloni nella West Bank.”1
Non si tratta soltanto del quadro politico ed istituzionale; l’intera società israeliana, oramai da anni, è decisamente fascistizzata. In criminologia, come spiegò lo psicologo canadese Albert Bandura, tutto ciò prende il nome di “disimpegno morale”: considerando i palestinesi “animali parlanti” (espressione ricorrente nel Talmud di Babilonia), gli israeliani non provano nessuna empatia per le vittime dell’IDF. Si tratta d’una tecnica di neutralizzazione della coscienza che, soltanto di recente grazie all’Human Criminology, ha trovato una declinazione collettiva. L’odierna Israele, rimanendo ancorati alla rilettura dello storico Alessandro Orsini (Gaza-Meloni, La politica estera di uno Stato satellite, Piemme, 2025), ha superato il neoliberismo ed abbracciato il fascismo.
La natura fascista dell’odierna Israele
Il padre di Benjamin Netanyahu, Benzion Netanyahu, fu segretario personale di Vladimir Ze’ev Jabotinsky. Jabotinsky, a differenza di Theodor Herz, non si configurò uno Stato ebraico come enclave neocoloniale britannica, ma delineò attraverso delle “relazioni pericolose” la fondazione d’un impero sul modello dell’Italia fascista e della Germania hitleriana. Amico personale di Mussolini, nel 1935 a Civitavecchia fondò la Scuola Marittima per le milizie terroristiche del Betar. Diversi storici, fra cui il marxista Lenny Brenner ed il compianto Mauro Manno, lo annoverano fra i pianificatori della Shoah, tesi ripresa di recente dall’analista strategico Thierry Meyssan:
“Nel 1936, Jabotinsky ideò un «piano di evacuazione» degli ebrei dell’Europa centrale e orientale in Palestina. Ottenne l’appoggio del capo dello Stato polacco, maresciallo Józef Pilsudski, e del ministro degli Esteri polacco, Józef Beck; nonché quello del reggente ungherese, ammiraglio Miklós Horthy, e del primo ministro rumeno, Gheorghe Tatarescu. Il piano non fu mai messo in atto per la paura che gli alleati di Jabotinsky incutevano agli ebrei dell’Europa centrale e orientale, nonché per l’opposizione dell’impero britannico a un’emigrazione massiccia in Palestina. Chaim Weizmann, all’epoca presidente dell’Organizzazione sionista mondiale, infine sostenne che Jabotinsky era implicato nel piano franco-polacco-nazista di deportazione degli ebrei in Madagascar.
Fu in questo periodo che Vladimir Jabotinsky profetizzò l’olocausto di fronte a un pubblico di ebrei pietrificati. Secondo lui la diaspora, rifiutando il piano di evacuazione, avrebbe provocato un rigurgito di violenza contro gli ebrei. Con sorpresa generale la profezia si avverò: i suoi amici misero in atto lo sterminio di milioni di ebrei.” 2
Il 23 agosto 2025, su i24 News, Netanyahu affermava di avere una “missione storica e spirituale”, realizzare la “Grande Israele”, dal Nilo all’Eufrate. Proclamando il passaggio di Israele da una “democrazia razzista” ad una “Super Sparta”, il Premier ha lanciato un messaggio a tutto il neonazismo mondiale: furono i nazisti ed i loro alleati giapponesi ad autodefinirsi, durante la II Guerra Mondiale, spartani in lotta contro gli ateniesi. Allievo di Leo Strauss, l’ideologo ebreo e filo-fascista successivamente sistematizzatore del neoconservatorismo, Netanyahu ha ricucito i legami storici coi pianificatori della Shoah.
Israele: delle elezioni inconcludenti, dinanzi l’imperialismo etnico
In Israele, in questi ottant’anni di colonizzazione e sperimentazione dell’industria bellica statunitense, abbiamo visto il succedersi di governi laburisti e conservatori, ciò nonostante razzismo, colonialismo ed imperialismo rimangono tre punti fermi. Come ha detto il regista palestinese Rashid Masharawi “Gli israeliani hanno ucciso l’umanità nella loro società”.
Che cosa rappresenta Eisenkot? Il giornalista marxista Chris Marsden, sulla testata marxista World Socialist Web Site (WSWS), ha scritto: “La speranza riposta in Eisenkot era che un governo guidato da un ex generale – il quale condivide ogni aspetto fondamentale del programma di Netanyahu (pulizia etnica, distruzione di Gaza, guerra contro il Libano e l’Iran) – consentisse agli alleati europei di Washington, che in patria devono affrontare una vasta opposizione a causa della loro complicità nel genocidio, di prendere le distanze dalla figura politicamente tossica di Netanyahu. In tal modo, per loro sarebbe più agevole continuare ad armare, finanziare e proteggere diplomaticamente il regime sionista.” 3
Il regime sionista è senza speranza; un’entità concepita, fin dal 1948, come “stato etnicamente omogeneo” non potrà mai ospitare nessuna alternativa democratica. Eisenkot è l’ideatore della Dottrina Dahiya, la quale prevede l’impiego di una “forza sproporzionata” per infliggere “gravi danni e distruzioni” in aree civili, applicata per la prima volta in Libano nel 2006. Con una “sinistra” così, non ci sarebbe nemmeno bisogno del Ku Klux Klan.
L’unica alternativa è l’unità di classe fra i lavoratori ebrei (perlopiù ebrei d’origine sefardita o provenienti dai territori africani), il popolo palestinese e l’Asse sciita della Resistenza; un processo rivoluzionario di de-globalizzazione rivolto contro il sionismo e l’imperialismo USA. Israele, attraverso ciò che James Petras chiamava la “Configurazione del Potere Sionista”, ha disvelato l’essenza stessa del capitalismo, citando il rivoluzionario Ernesto Guevara “il genocida più rispettato del pianeta”.

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