

Autore: Gianmarco Pisa
Operatore e ricercatore di pace; saggista; responsabile Esteri PCUP
È stato presentato dal ministro degli Esteri di Cuba, Bruno Rodríguez Parrilla, il «Rapporto di Cuba sulle ripercussioni del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli Stati Uniti».
Si tratta della relazione periodica, di carattere analitico, con cui, anno dopo anno, sono aggiornati cifre e dati circa la portata e l’impatto del bloqueo criminale ai danni dell’Isola ed è fornita una panoramica complessiva di cosa significhi e cosa comporti l’aggressione multidimensionale, criminale e brutale, posta in essere dagli Stati Uniti contro la libertà, l’autodeterminazione e i diritti del popolo di Cuba. Tale strategia criminale Usa non è una misura degli ultimi anni, ma una strategia criminale di lungo corso, inaugurata in base al memorandum interno dell’allora sottosegretario di Stato, Lester Mallory, datato 1960: stiamo cioè parlando di una costante, anno dopo anno più pesante e asfissiante, azione di attacco diretto contro la popolazione cubana, che va avanti da 66 anni.L’obiettivo criminale, come espresso nel memorandum statunitense, non è solo deliberato, è in tutto e per tutto inequivocabile: «Impiegare rapidamente tutti i metodi possibili per indebolire la vita economica di Cuba, provocarne la privazione di denaro e rifornimenti, ridurne le risorse finanziarie e i salari reali, provocare fame, disperazione e, in definitiva, il rovesciamento del governo». Da allora ad oggi, l’aggressione multidimensionale statunitense contro Cuba ha un unico impianto: visto il consenso del popolo cubano verso il governo, vista l’autorevolezza e la fiducia di cui gode il sistema socialista a Cuba, vista la costante presenza e vicinanza delle autorità cubane al popolo, la sua fermezza e la sua coscienza, non vi è, per gli imperialisti, che una strada: provocare dall’esterno, attraverso la privazione e l’impoverimento indotti, una tale sofferenza e una tale disperazione tra i cubani, da provocarne un qualche malcontento, e da indurne una qualche sollevazione. Sono 66 anni che ci provano, e 66 anni che falliscono. Il perché lo ha spiegato perfettamente il leader storico della rivoluzione a Cuba, Fidel Castro: «Ciò che gli imperialisti non ci possono perdonare», dichiarò Fidel il 16 aprile 1961, nella storica dichiarazione sul carattere socialista della rivoluzione, «è che siamo qui, che abbiamo portato avanti una rivoluzione socialista proprio sotto il naso degli Stati Uniti…». Un intero popolo viene dunque colpito, in quanto tale, in ragione di questa sua specifica caratteristica: avere deciso di determinare liberamente il corso del proprio sviluppo storico, politico e sociale e avere realizzato una trasformazione sociale in senso socialista.
È per questo, ma ci torneremo, che il ministro degli Esteri di Cuba, nella presentazione del rapporto, ha confermato che la politica degli Stati Uniti contro Cuba «costituisce, secondo le convenzioni internazionali, un atto di genocidio». Una politica genocida via via rinnovata. L’Ordine Esecutivo 14380, firmato da Trump il 29 gennaio 2026, in forza di una presunta e inesistente «emergenza nazionale», ha imposto un vero e proprio blocco di tutti i rifornimenti energetici che impedisce l’arrivo sull’isola non solo di nuovo carburante, ma perfino di forniture già pagate, mediante minacce di sanzioni di vario tipo alle società proprietarie di navi, alle compagnie di navigazione e tutti gli attori legati al trasporto. Inoltre, a seguito della firma dell’ulteriore Ordine Esecutivo 14404, il 1° maggio 2026, è stata imposta una nuova ondata di misure coercitive unilaterali, anche queste del tutto illegali e illegittime a norma di diritto internazionale, contro persone e settori quali quello finanziario, energetico, portuale, delle rimesse, delle importazioni ed esportazioni, minerario, metallurgico, edile, dei viaggi e del turismo, dei servizi medici, e numerosi altri. Oggi, oltre alle diverse misure di blocco e di asfissia, come riferiscono i dati dell’Osservatorio Venezuelano Antibloqueo, una delle fonti più accreditate e affidabili, gravano su Cuba ben 314 misure coercitive unilaterali, in aumento rispetto agli ultimi anni, che rendono Cuba il settimo Paese più sanzionato al mondo dagli Stati Uniti e dai loro alleati, tra i quali, vergognosamente, l’Unione europea.
Tali misure, caratterizzate dall’extraterritorialità (attraverso minacce di sanzioni a soggetti e Paesi terzi con lo scopo di isolare Cuba dai partner commerciali, economici e finanziari a livello mondiale), hanno portato importanti aziende straniere in settori strategici (ad esempio, energia, estrazione mineraria, turismo) a chiudere parzialmente o totalmente le proprie attività sull’isola, e rendono difficile l’arrivo di componenti e ricambi per tutte le strutture e le infrastrutture strategiche a Cuba, tra cui centrali termoelettriche e impianti fotovoltaici, forniture per il sistema sanitario e scolastico, generi alimentari e risorse necessarie, indispensabili per il funzionamento dell’economia e per la sopravvivenza della popolazione. Solo nell’ultimo anno di osservazione, tra il 1° marzo 2025 e il 28 febbraio 2026, l’insieme delle misure coercitive unilaterali e delle restrizioni imposte da Washington ha causato all’isola danni per 8.083.300.000 dollari, vale a dire oltre 8 miliardi di dollari, una cifra record e superiore del 7% rispetto a quella riportata nel rapporto precedente 2024-2025. I danni accumulati dall’entrata in vigore di tale politica di blocco e di asfissia economica ammontano a quasi 180 miliardi di dollari a prezzi correnti, il 4.7% in più rispetto a quanto riportato nel rapporto precedente, il che fa capire la dinamica di accelerazione e di appesantimento di queste misure criminali contro tutti gli ambiti della vita di Cuba.
Le conseguenze, a Cuba, sono immediatamente visibili: nella sua presentazione, il ministro degli Esteri ha descritto la realtà di Cuba, una realtà caratterizzata da lunghi mesi con appena tre ore al giorno di elettricità, se non meno; generi alimentari persi a causa dei blackout e della mancanza di elettricità; studenti e studentesse che fanno i compiti al buio; lavoratori e lavoratrici che faticano a raggiungere, come possono, il posto di lavoro; ospedali che non possono lavorare e operare; giovani penalizzati dalla mancanza di connettività; anziani che rimangono senza televisione o senza radio, e che non possono essere trasportati, ove necessario, per i servizi di assistenza e di riabilitazione. È, quest’ultimo, uno spaccato nello spaccato: le interruzioni di corrente incidono direttamente sui pazienti che dipendono da apparecchiature mediche per sopravvivere; neonati che necessitano di incubatrici e ventilazione; medici che, quando viene a mancare la corrente, sono costretti a ricorrere a tecniche manuali per garantire le funzioni essenziali; pazienti in attesa di intervento chirurgico, compresi i bambini, dal momento che, evidentemente, le sale operatorie dipendono da sistemi di backup il cui funzionamento richiede elettricità e carburante. Oggi, migliaia di cittadini e cittadine di Cuba sono in lista d’attesa per un intervento chirurgico. Altre volte, come ha riferito il ministro, «si sono verificati episodi in cui è stato necessario portare a termine alcuni interventi chirurgici importanti alla luce di lampade ricaricabili o, in alcuni casi, con la luce dei cellulari del personale medico». Spesso, farmaci necessari e salvavita restano in uno degli oltre 7 mila container che, a causa delle minacce Usa contro le compagnie di navigazione, non arrivano sull’isola; altre volte, farmaci che possono essere prodotti a Cuba, necessitano di materie prime o componenti, i principi attivi, che si trovano in un altro container che a sua volta non riesce ad arrivare a causa del blocco.
Anche qui la condizione attuale dell’Isola corrisponde a quanto aveva detto, a suo tempo (1994), Fidel, per far capire al mondo la portata di questo blocco criminale: «Il blocco significa che a Cuba non si può vendere nemmeno un’aspirina; nulla di nulla può essere venduto a Cuba!». Le conseguenze, visibili nella vita quotidiana, si ripercuotono a livelli di sistema: tra le conseguenze vi è il deterioramento degli indicatori sanitari, in cui Cuba ha registrato per decenni livelli di eccellenza e di primato, grazie alle conquiste e ai traguardi del socialismo cubano, a livello mondiale: «I dati mostrano un aumento della mortalità infantile da meno di quattro decessi nel 2018 a 9,9 decessi ogni 1.000 nati vivi nel 2025. Sono bambini, non numeri», decessi causati esattamente dalla mancanza di risorse, strumenti e apparecchiature nel sistema sanitario. Tra i servizi compromessi, l’assistenza alle donne incinte, le cure ai bambini malati e l’assistenza di pronto soccorso. Tutto questo causa vittime, in forma deliberata, su vasta scala, in ragione di un preciso obiettivo politico, di natura criminale, perseguito dagli Usa.
Per questo a Cuba è in corso, per mano dell’imperialismo, un vero e proprio genocidio. In base alla Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio (1948): «Per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religiose, come tale: a) uccisione di membri del gruppo; b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo; c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica totale o parziale; d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo; e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro». A Cuba è in corso esattamente questo: l’intenzione deliberata di distruggere un gruppo nazionale, come tale, per avere fatto e costruito un sistema sociale di tipo socialista, che gli imperialisti non possono perdonare, proprio perché, come disse Fidel, «sotto il naso degli Stati Uniti».
Si voterà dunque, nuovamente, in Assemblea Generale, come ogni anno dal 1992 in avanti (con l’unica eccezione nel 2020 a causa del covid), la risoluzione che condanna l’impatto del bloqueo e lo respinge come flagrante violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto e della giustizia internazionale. La quasi totalità dei Paesi del mondo, l’umanità intera, si schiera, sempre, contro il bloqueo. Tranne, ogni anno, pochissimi stati: per ricorrere a ben note definizioni giornalistiche, “stati canaglia”, come gli Stati Uniti, Israele, e qualche loro occasionale seguace; o “stati falliti”, sostanzialmente al comando del diktat statunitense. Israele è l’unico paese che si unisce regolarmente agli Stati Uniti nel votare contro la risoluzione. Tra gli altri paesi che in passato hanno votato contro la risoluzione figurano la Romania nel 1992, l’Albania e il Paraguay nel 1993, l’Uzbekistan dal 1995 al 1997, le Isole Marshall dal 2000 al 2007, Palau dal 2004 al 2009 e poi una volta nel 2012, il Brasile di Bolsonaro nel 2019. Nel 2024, 187 paesi hanno votato a favore della risoluzione, con i soli Stati Uniti e Israele contrari e la Moldavia astenuta. Nel 2025, cinque paesi si sono uniti a Stati Uniti e Israele nel votare contro la risoluzione: l’Argentina di Milei, il Paraguay, l’Ungheria di Orban, la N. Macedonia e l’Ucraina di Zelensky. Un panorama più che chiaro, come si vede, che rende ancora più grande e degna la battaglia di Cuba per la giustizia e per l’umanità.---
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