martedì 31 marzo 2020

Alessandro De Angelis x Hufgton Post - Adda passà 'a nuttata

Pres Conte intervista a Palazzo


In pochi giorni si è spostato di un mese l'orizzonte temporale sulla fine del lockdown, in un Paese quasi ipnotizzato. Il governo si limita ad accompagnare la situazione più che guidarla, cedendo sovranità ai tecnici, in attesa del famoso picco. Ogni settimana che passa rende più difficile la ripartenza.


Alessandro De AngelisViceDirettore

Se ci avessero detto, solo un mese fa, che il numero dei morti avrebbe raggiunto quota diecimila, l’avremmo considerato inimmaginabile, come inimmaginabile, sempre un mese fa, ipotizzare di tornare a riveder le stelle a fine aprile. Date insormontabili diventate quasi normali, in una discussione che sembra aver perso il senso del tempo, come accade nelle crisi più profonde, dove si altera l’elemento psicologico. Ma anche, in questa ansiosa assuefazione a tutto ciò che viene detto, qualche coordinata di valutazione. Per cui oggi va di moda dire che i contagi calano e “ce la stiamo facendo”, anche se il numero dei morti è stabile sopra quota ottocento,....
Gli stessi contagi che qualche giorno fa il capo della Protezione Civile aveva spiegato essere dieci volte tanti, ma non tracciabili. E oggi, ca van san dire, i contagi vanno meglio di ieri, perché sono di più, ma ieri erano stati fatti meno tamponi. Tamponi – non è un gioco di parole – che noi facciamo più degli altri, il che spiegava i numeri elevati, così si spiegò all’inizio della crisi, ma che oggi facciamo meno. Però, si dice, “ce la stiamo facendo”, stando a casa, scelta al momento inevitabile, per come si è messa, senza che lo stare a casa sia accompagnato da un incremento dei tamponi, il che secondo alcuni, come il virologo di Padova Andrea Crisanti, potrebbe produrre anche effetti “Diamond Princess”, una quarantena che si trasforma in contagio da parte degli asintomatici.
Insomma adda passà ’a nuttata: questa sembra essere la linea, come se fosse stato infettato anche l’elemento umano che può cambiare la situazione, o quantomeno governarla, dopo che proprio l’elemento umano ha sbagliato previsioni e tempi. In attesa di chissà quale illuminazione e in attesa del famoso picco e del famoso calo. Picco previsto, nella relazione tecnica del terzo decreto attorno al 18 marzo e oggi ipotizzato dall’Istituto superiore della sanità per la prossima settimana.
Quello che sta accadendo è che, nell’incertezza di tutto, il governo ha scelto di “accompagnare” la situazione, nell’ambito di una complessiva “cessione di sovranità” al comitato tecnico scientifico, che oggi per la prima volta si è riunito per abbozzare un timido approccio al tema della “transizione”, il “come riaprire”, per evitare che il lockdown totale, a sua volta, accompagni il paese al default.
Parliamoci chiaro, il “come” riaprire, è una decisione politica, di responsabilità politica, da compiere in relazione alla sostenibilità del sistema sanitario e alla sostenibilità del modello economico: quali filiere, di quali settori, quali regioni, fasce d’età, categorie produttive, numero di dipendenti e capacità di proteggerli, tamponi e prove sierologiche per verificare gli anticorpi. Su tutto questo, al momento non c’è una discussione ordinata nel governo, né con le parti sociali, in un clima in cui prima di riaprire occorre aspettare che il virus se ne vada, in che misura, non è dato sapere. Neanche come “linee guida” di sostenibilità. Appunto, adda passà ’a nuttata.
È una scelta, evidentemente fondata sull’illusione della politica dei due tempi: la fase dell’emergenza sanitaria, poi quella dell’emergenza economica, la cui entità è già squadernata nei dati dell’ufficio studi di Confindustria e nelle immagini del montante malessere sociale. Il timore del governo, in questo momento, è duplice. Il primo è che il semplice accenno a una discussione sul “come riaprire” possa produrre l’effetto “liberi tutti”. Il secondo è il non smentire, dopo tante incertezze di linea, che questo approccio sta funzionando, il che può anche essere vero, anzi sarà sicuramente vero, ma non viene spiegato, né viene spiegata la sostenibilità economica: il problema non è lo “state a casa” di oggi, ma il quando si potrà uscire con un drastico abbassamento del tenore di vita.
Questo è il cuore del problema. È chiaro che non c’è alternativa, per come si sono messe le cose, tuttavia ogni settimana che passa rende più difficile la ripartenza e la ricostruzione al limite di comprometterla. Una morsa del diavolo: se si allenta, diventa un lazzaretto, se si tiene si compromette il dopo. 
Ma guai a nominare lo studio dell’Università di Harvard, su come è stata gestita. “Ce la stiamo facendo”. 

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