sabato 11 maggio 2013

Un’ordinaria mattinata milanese. Dedicato al ministro Kyenge


Milano, strage con picconePS: Sono fortemente convinto che in ogni caso è giusto "leggere" il pensiero, "ascoltare" l'idea di chi non la pensa come te. Poi, naturalmente, ti tieni il pensiero e l'idea che più piace a te.
umberto marabese

Ministro Kyenge, le scrivo con il massimo rispetto, creda. Quello di chi ha idee lontane dalle sue ma il capo di fronte all’istituzione lo piegherà sempre, perché così le è stato insegnato. Quello di chi, forse di presunzione giovanile, si è convinta di essere almeno un po’ avvezza al valore liberale. E allora le sue tesi sullo Ius soli le ho ascoltate, così come la proposta d’abolizione del reato di clandestinità. E la fronte mi si è corrugata subito, ma le ho dato, mi sono data, tempo. Ministro le racconto una storia ora, in questo 11 maggio quasi estivo, promettendole che tenterò di lasciar fuori me, il mio pensiero. Stamattina a Milano un uomo ghanese ha ucciso e ferito, ha massacrato i suoi cittadini, Ministro. A colpi di piccone ha sparso il cervello di un paio di loro sull’asfalto, ne ha piegati di dolore altri. A colpi di piccone, Ministro. E allora lo dico io per prima che pazzi e delinquenti sono ovunque e non si può etichettare un popolo in base all’episodio, per quanto orrendo questo sia. È che chi sbaglia dovrebbe pagare, oppure essere messo in condizione di non nuocere e in questa direzione bisogna andare, non nell’inversa
.
È un 11 maggio di sangue, Ministro. Era presto, le strade si stavano appena destando. Una mattina d’incanto, il sole affacciato e l’inverno alle spalle. Erano le 5.45, il massacro è durato una cinquantina di minuti. Cinquanta minuti di buio a in pieno giorno, eclissi di civiltà di scena nel quartiere Niguarda. Milano sbadiglia a quell’ora, e lui, irregolare, s’è fatto largo nella vita e se n’è presa un po’, d’esistenza altrui. Era stato fermato e segnalato nel 2011, doveva essere espulso, poi la burocrazia, la norma e l’impotenza hanno fatto il resto. Roba all’italiana, cosa ne parliamo a fare. Ventuno anni, in curriculum rapina, furto e resistenza.
A ventiquattro anni il domani ti si para davanti e l’orrore, se sei fortunato, non lo sai immaginare. A ventiquattro anni è sceso dall’autobus in via Grivola, un volto scuro, nero per fisionomia, gli ha colpito il braccio. Non lo capisci subito cosa sta accadendo, non puoi comprendere che il teatro violento s’è parato per te. A ventiquattro anni se l’è cavata, forse ha avuto la forza di scappare, ferito e impaurito e balzato via dalla morte.
In via Passerini camminavano due mani d’operaio. Stanche come possono essere quelle di un cinquantenne. Non s’è chiesto, il ghanese, chi fosse quell’uomo, perché avesse le dita segnate dal mestiere. Ha colpito alla testa fino a ridurlo male. Abbastanza male da obbligarci a sperare perché torni a casa. E che lo faccia bene.
Se lo immagina essere in pensione, avere 64 anni, ed essere agganciata alla routine? I cani, le bestie domestiche, di questo, in quegli orari famigliari, rientrano. In via Adriatico c’è un parco, accanto al parco giochi dei bambini l’amico a quattro zampe se la spassava e il suo padrone veniva abbattuto da un piccone. Non sappiamo come stia.
Dicono l’insonnia possa uccidere nervi e pazienza. In piazza Belloveso ha ucciso letteralmente. Quarantanni e non riuscire a dormire, scende al bar, beve una cosa accoccolato sui tavoli esterni, a godere il buongiorno tiepido meneghino. Lo ha ammazzato lì, Ministro. Lo ha fatto a pezzi sotto casa e senza un perché. Gli ha aperto la testa, Ministro.
In via Monte Rotondo, non si riesce a dirlo, ha imposto, l’immigrato irregolare, una battaglia a un ventunenne. L’ha ridotto in fin di vita. Non rientrava da una notte di festa, lavora con papà, lui. Ragazzo appena cresciuto. Consegna i giornali e ha accompagnato il padre a casa prima di rientrare. La sua battaglia è quella per la sopravvivenza. E non si può sentire Ministro, ti si strozza l’anima a sentirlo.
Questa è la storia di una mattanza avvenuta e io rispetto il suo ruolo. Ma questa mattanza era scritto andasse evitata. L’avevano inciso su un pezzo di carta che diceva “espulsione”, perché se non ti integri e non rispetti le norme, neppure la vita in questo caso, vuol dire che non solo non vuoi costruirti il futuro in un dato Paese ma che neppure lo meriti. Quel ghanese omicida doveva essere altrove. Non a Milano, non a massacrare i suoi cittadini, Ministro. Perché lei rappresenta gli italiani, non quel ghanese. La prego, se lo ricordi oggi e sempre. E allora il reato di clandestinità non va abolito, va punito o gestito. Ma seriamente. E la cronaca intrisa di sangue lo urla più di me.

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