
Autore: Sandro Valentini
Giornalista, saggista, tra i fondatori del Partito della Rifondazione Comunista e tra i suoi dirigenti nazionali.
Pubblichiamo la prima parte (la seconda e la terza prossimamente su queste pagine) di un denso saggio sui Brics entro il quadro internazionale attuale e in divenire. Per una discussione teorica e politica.
Con l’avvio della operazione militare speciale della Russia in Ucraina siamo entrati in un nuovo tornante della storia, una di quelle situazioni nuove che si presentano dopo tantissimi anni, un tornante paragonabile alla Rivoluzione francese o a quella dell’Ottobre.
Per questa ragione è da respingere nettamente la tesi, cara anche a una certa sinistra, che la guerra in Ucraina sia una guerra tra due imperialismi, da una parte gli Usa, la Ue e la Nato dall’altra la Russia e i suoi alleati, una guerra simile al grande conflitto mondiale del 1914-18, Il confronto storico è più simile alla grande coalizione che fu costituita in Europa per tentare di soffocare la Rivoluzione francese o dall’Occidente per stroncare la giovane Repubblica dei Soviet allo scopo di restaurare il regime zarista. É evidente che in Francia il fine era quello di riportare al potere la monarchia assolutista mentre in Russia era di impedire che le idee rivoluzionarie socialiste potessero diffondersi in tutto l’Occidente.
Dunque, l’operazione militare speciale è uno spartiacque, Nonostante le formidabili pressioni politiche, economiche (21 pacchetti di sanzioni alla Russia), diplomatiche e militari, con formidabili aiuti militari e finanziari della Nato e alleati all’Ucraina, la Russia non solo ha resistito ma sta vincendo la guerra, conquista territori e sta logorando non solo l’Ucraina ma anche la Ue.
Questo è avvenuto anche e soprattutto grazie ai Brics, nati sull’asse strategico russo-cinese.
È indubbio che sull’asse Mosca-Pechino i Brics hanno in questi anni avuto vigore e costante impulso. Hanno aderito al gruppo originario nuovi paesi e moltissimi altri guardano con grande interesse a questa nuova realtà economica mondiale. Hanno scalzato per potenza e Pil il G7, sono il futuro rispetto all’inevitabile declino, politico, economico, sociale e persino culturale, dell’Occidente.
L’operazione militare speciale della Russia in Ucraina invece di rappresentare un freno alla crescita dei Brics è stata un potente fattore di accelerazione del loro sviluppo, e ciò a prescindere dalla questione di sicurezza esistenziale per la Russia che Ucraina, Nato, Ue e Usa minacciano.
Il recentissimo vertice in India di New Delhi ha confermato questo imponente processo di sviluppo. Va avanti l’integrazione asiatica, motore per la costruzione di un mondo multipolare da cui traggono un enorme beneficio altri due Contenenti: Africa e America latina. Insomma, siamo in Asia alla realizzazione di un sistema economico e commerciale alternativo a quello occidentale, dominato dal dollaro e dal capitale finanziario. Uno sviluppo dei Brics che mette in forte discussione sia il G 7, sia da come è composto l’attuale G 20, sia il Consiglio permanente di sicurezza dell’Onu, in cui dovrebbero entrare nuovi paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America latina. Tradotto in termini concreti: India, Sud Africa e Brasile. I Brics infine lanciano la grande sfida sulla Intelligenza artificiale che tramite un ruolo forte rinnovato dello Stato deve essere messa al servizio dell’umanità. Non deve essere per essa un pericolo, per generare lauti profitti per la grande finanza.
Anche sul piano geopolitico si sono fatti notevoli passi avanti. Tre paesi e tre popoli sono stati al centro del vertice. A loro è stata rinnovata la forte e concreta solidarietà. Si tratta dell’Iran, della Palestina e di Cuba.
Dal capitalismo al dominio del capitale finanziario in Occidente.
Alla base dello scontro politico e militare vi è la volontà da parte dell’Occidente collettivo di contrastare, anche tramite la guerra a pezzi, la costruzione di un ordine mondiale multipolare. La cosiddetta “guerra mondiale a pezzi” di Papa Francesco aveva questo chiaro significato. La “guerra a pezzi” è stata concepita dopo la messa in discussione degli accordi di Bretton Woods, che nel 1944 avevano stabilito la convertibilità del dollaro in oro. Bretton Woods fu superato su decisione di Nixon nel 1971 e sostituito con l’intesa con l’Arabia saudita con la nascita petrodollaro.
Bretton Woods prevedeva un sistema monetario globale fondato sulla convertibilità del dollaro in oro. Si era costruito un sistema basato sui rapporti fissi di cambio tra le valute, tutte agganciate al dollaro, il quale a sua volta poteva essere convertito in oro, in modo da rendere stabile il sistema e disincentivare gli eccessivi movimenti di capitali per fini speculativi ed evitare crisi sistemiche come quella del 1929. Con quegli accordi si istituirono il Fmi e la Banca Mondiale. La convertibilità del dollaro in oro impediva agli Usa e a ogni altro paese di stampare moneta a proprio piacimento, per farlo dovevano possedere oro in proporzione alla stessa moneta.
Il superamento degli accordi di Bretton Woods ha portato a una politica che permette di stampare moneta senza nessun vincolo e così il sistema valutario ha iniziato a trasformarsi in un sistema di fluttuazione dei cambi senza nessuna certezza, con un dollaro sempre più volatile, garantito solo in parte dal petrolio saudita. Le crisi finanziarie dei nostri tempi vengono da quella decisione presa da Nixon nel 1971. Le libere fluttuazioni valutarie hanno determinato un mercato finanziario senza limiti, senza regole né vincoli, dove l’unica legge vigente è quella di realizzare il massimo profitto che si genera soprattutto acquistando e vendendo valuta. La moneta, da strumento dello scambio commerciale o capitale di credito per il capitale produttivo, è divenuta essa stessa merce; tra l’altro con la riduzione nel corso degli anni della potenza Saudita come produttore ed esportatore dì petrolio questo sistema ha mostrato i primi scricchiolii.
Questo passaggio ha comportato l’assenza, dunque, di freni del capitale finanziario, la cui attività speculativa oggi sempre più prescinde dalle esigenze di sviluppo della produzione. La questione non è di poco conto. Si è oramai costituita una grande bolla finanziaria, con una enorme massa di denaro virtuale che si sposta rapidamente, senza nessuna logica produttiva, in tempo reale attraverso le reti telematiche, da un punto all’altro del globo, solo al fine di operare in modo speculativo e realizzare enormi profitti. Una attività speculativa che ha bisogno per alimentarsi in continuazione, appunto di guerre.
Il costante sviluppo del capitale finanziario ha prodotto una mutazione strutturale del capitale in Occidente: dall’essere espressione del sistema capitalistico è divenuto un sistema politico dominato dalla finanza, dai grandi gruppi di investimento agiografici pur avendo il loro epicentro nello stato profondo statunitense.
Marx opera una distinzione tra capitale produttivo e capitale finanziario; considera quest’ultimo cosa ben diversa dal capitale commerciale e di credito che aveva avuto una parte rilevante nelle società mercantilistiche precapitalistiche. Questa distinzione permette a Marx di stabilire il modo proprio del capitale finanziario di regolamentare anche la società, in qualche misura autonomamente dallo stesso capitale produttivo. Successivamente Hilferding e Lenin hanno ripreso l’analisi sul ruolo predominante del capitale finanziario soprattutto accentuandone gli aspetti di guerra economica e l’approdo imperialistico che deriva dal suo sviluppo.
Con la formazione del capitalismo monopolistico di Stato la preminenza del capitale finanziario è stata contenuta e regolata. L’intreccio tra monopoli industriali e finanziari si saldano attraverso lo Stato. In questa connessione lo Stato, da una parte traduce in pratica la visione complessiva del capitale finanziario e nello stesso tempo non lo riconosce come il depositario dell’intera ricchezza del paese. In questo quadro il modello keynesiano è il modo in cui regolamentare il capitale finanziario, per mantenere alto il livello di produttività e per contenere l’accumulazione ulteriore di capitale finanziario per scopi speculativi. Lo sviluppo del welfare è possibile, perciò, solo in un sistema capitalistico regolato dallo Stato e con politiche keynesiane.
Oggi, in tutto l’Occidente collettivo, non siamo più in un sistema di capitalismo monopolistico regolato dallo Stato, ma siamo giunti al dominio del capitale finanziario che fa a meno dello Stato, ridotto alle sue funzioni essenziali, non più di indirizzo economico e sociale, di programmazione (parola oggi desueta nel mondo della politica). In Occidente, nel periodo compreso tra gli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, si è definitivamente passati a una nuova forma di dominio, quella del capitale finanziario che, oltre a comprimere o addirittura a negare lo sviluppo del capitale produttivo, determina pure l’insorgenza di ulteriori gravi ineguaglianze inaccettabili. Sono gli anni in cui i grandi gruppi industriali si segnalano per una accentuazione sempre più crescente dei tratti finanziari, cioè un’attività volta a spostare i propri interessi dalla produzione alla finanza.
In Italia questo passaggio è avvenuto attraverso scelte decisive del potere politico su spinte forti della finanza. La liquidazione della Cassa del Mezzogiorno, lo smantellamento dell’industria pubblica fiore all’occhiello dell’economia italiana, la privatizzazione di servizi strategici, del sistema bancario e della Cassa Deposito e Prestiti, la collocazione autonoma dal potere politico della Banca d’Italia, fino all’adesione al trattato di Maastricht e all’ingresso nell’euro, sono i più rilevanti atti politici che hanno permesso l’ascesa del capitale finanziario Queste decisioni sono state accompagnate da numerose violazioni e modifiche della Carta costituzionale e da riforme elettorali in senso maggioritario. Scelte che, tra l’altro, quasi sempre sono state fatte da governi di centrosinistra, pur con l’avallo delle destre. Con “mani pulite” poi si è liquidata gran parte della classe dirigente della prima Repubblica. Oggi, a completamento di questo disegno, si discute di autonomia differenziata e di elezione diretta del premier, di ulteriori privatizzazioni nella sanità e previdenza, di enormi spese in armamenti.
La questione della mutazione della forma del capitale è implicitamente contenuta nel pensiero di Marx che definì la sua opera “Il Capitale” (e non il capitalismo) come studio del processo della sua riproduzione. La sua era una analisi strutturale. Partiva dalla considerazione che il capitale è una categoria dinamica e che le sue forze per alimentarlo appaiono molti secoli prima della formazione in termini strutturali del capitalismo. Egli è attento a cogliere la diversità storica delle diverse forme di capitale, finché il capitale industriale non diviene forza predominante, appunto con lo sviluppo capitalistico. Questa dimensione storica del capitale e della produzione di merci per Marx hanno una rilevanza teorica e politica. La produzione di merci e di beni era certamente preesistente al sistema capitalistico e quindi tale produzione non va confusa con i caratteri della produzione capitalistica.
Quindi il capitale storicamente muta e determina nuovi sistemi politici, istituzionali ed economici.
Questo passaggio dal capitalismo al dominio del capitale finanziario è oggi il tratto distintivo dell’Occidente collettivo rispetto al resto del mondo. Sul piano internazionale si esprime con la strenua difesa, anche militare, di un ordine unipolare basato sulla potenza statunitense, con politiche di rapina delle oligarchie finanziarie e sul piano politico con la costituzione di regimi politici a-democratici, come quelli dominanti in Europa e nella stessa Ue.
Sovranità, globalizzazione, Brics.
Un modo radicalmente diverso di concepire la globalizzazione.
L’operazione militare speciale della Russia in Ucraina è stata, come si è visto, un potente fattore di accelerazione dello scontro per realizzare una visione multipolare. Questa grande battaglia ha il fine di rovesciare la globalizzazione finanziaria costruita negli ultimi ‘50 anni dalle oligarchie finanziarie dell’Occidente, per garantirsi il dominio mondiale e continuare il saccheggio economico del Sud globale.
Russia e Cina non sono contro la globalizzazione, ma contro la globalizzazione finanziaria espressione del sistema che domina in Occidente. Tre sono i fondamenti della globalizzazione: mobilità dei capitali finalizzati per infrastrutture, per lo sviluppo produttivo e per l’innovazione scientifica e tecnologica, oggi soprattutto l’Intelligenza artificiale; mobilità della mano d’opera, possibilmente qualificata e regolamentata; sviluppo degli scambi commerciali di manufatti e materie prime nell’ambito di una cooperazione internazionale e nel rispetto della sovranità e della dignità di ogni paese, grande o piccolo che sia. Si realizza pertanto una globalizzazione basata su principi che sono esattamente il contrario di quelli praticati dal capitale finanziario che hanno determinato rapina e caos emigratorio.
È proprio sul concetto di sovranità di ogni nazione che si basa la globalizzazione dei Brics su cui costruire un nuovo ordine mondiale multipolare. La sovranità è un valore che non deve essere lasciato alle forze nazionaliste, reazionarie e xenofobe, che da sempre ne hanno fatto un pessimo uso, foriero di grandi sventure. È un valore fondamentale che deve essere fatto proprio dalle forze del cambiamento, di una moderna forza rivoluzionaria. Il multipolarismo – da non confondere con il multilateralismo che è una visione di ispirazione liberale – è un processo di integrazione e di cooperazione economico, commerciale e culturale tra popoli diversi, che mantenendo ognuno la propria identità e sovranità, sviluppano una rete di rapporti fruttuosa per la crescita e il benessere dell’intera umanità. Il valore della sovranità non è pertanto in antitesi con quello di internazionalismo socialista: i due momenti si integrano e si saldano in una sintesi che oggettivamente si pone nel campo del cambiamento e del progresso. Spetta ai marxisti, ai rivoluzionari, interpretare questa sintesi per condurre e portare avanti la lotta per il socialismo.
La salvaguardia della sovranità nazionale non esclude inoltre processi di integrazione, come è avvenuto con i Brics, e a livello regionale lo Sco in Asia (trattato di Scianghai), cosa radicalmente diversa del trattato di Maastricht su cui è stata costruita la Ue, che ha svuotato i poteri istituzionali dei singoli Stati e tramite questa operazione è stata messa in discussione la sovranità nazionale.
La battaglia in corso per frenare e contenere la finanziarizzazione dell’economia e quella per la de-dollarizzazione negli scambi commerciali condotte, in primo luogo, da Russia e Cina e dai Brics hanno proprio lo scopo di mettere in discussione la globalizzazione finanziaria voluta dall’Occidente, per dare nuovo slancio a una visione multipolare. E le oligarchie finanziarie occidentali reagiscono con la guerra. Una “guerra mondiale fatta a pezzi”. Il deterrente nucleare è ancora per le oligarchie finanziarie un ostacolo insuperabile.
Brics, antimperialismo e lotta per il socialismo.
Un nuovo ordine mondiale non è un modo per rilanciare la lotta antimperialista. Certamente, via via che si afferma una visione multipolare si spezzano le vecchie e le nuove catene del colonialismo nel Sud globale. Certamente il multipolarismo dà nuovo vigore alla lotta antimperialista. Ma questo è un compito preciso delle forze rivoluzionarie in ogni angolo del mondo e dei paesi socialisti o a orientamento socialista. Il Partito comunista cinese e i comunisti russi ne sono consapevoli. Ed è per questo che la Cina e la Russia di Putin evitano accuratamente di caricare i Brics di una concezione antimperialista. Non vi è traccia nel Pcdfr di una critica a Putin che vada in questa direzione. Resta comunque il rilevante aspetto che un nuovo ordine mondiale multipolare favorisce la possibilità di una prospettiva socialista mondiale. Per questo la battaglia in corso per un ordine multipolare è anche, in ultima istanza, lotta per il socialismo.
I Brics sono un insieme di paesi con sistemi economici e politici tra loro molto diversi, ad esempio gli Emirati Arabi non può essere annoverato come paese socialmente avanzato; l’Iran è una Repubblica islamica e non socialista; l’India è un sistema di capitalismo monopolistico di Stato; i paesi accomunati dall’essere economie mondiali emergenti spesso sostenuti dai militari sono in una fase di transizione economica non del tutto definita; anche tra la Russia e la Cina vi sono differenze non da poco. La prima è un paese a capitalismo monopolistico di Stato in cui molto forte è il welfare, anche come retaggio delle politiche sociali dell’ex Unione Sovietica. La Cina è invece un paese socialista che basa il suo sviluppo produttivo su un’economia di mercato sotto il controllo dello Stato e del Pcc. Sarebbe un errore grossolano dunque caricare i Brics di un significato ideologico che non hanno. Ciò che unisce i Brics è la comune visione contro il dominio occidentale del capitale finanziario, contro la globalizzazione finanziaria. Gli effetti della ricaduta nazionale di tale politica non sempre vanno a favore delle classi subalterne, a idee di giustizia sociale e socialiste. Spesso, come in India, vanno a ingrassare una già forte borghesia nazionale produttiva.
La lotta di classe, quindi, è tutt’altro che superata, ma spesso in questi paesi si sviluppa in forme del tutto inedite. Studiare e approfondire le posizioni del Pcdfr aiuta molto a comprendere su quali obiettivi condurre la lotta di classe senza indebolire o mettere in discussione la funzione strategica del paese nella battaglia per un nuovo ordine mondiale. La stessa cosa vale per il Pcc, in cui vi è un costante dibattito politico e teorico su queste questioni.
In questa comune battaglia contro la globalizzazione finanziaria i Brics, e più in generale il Sud globale, hanno dalla loro parte una formidabile arma: lo Stato. Sono tutti paesi in cui il ruolo dello Stato è fondamentale per gli indirizzi e la programmazione, per scelte politiche ed economiche, per lo sviluppo e la crescita del paese, per la sua sovranità e di conseguenza su dove posizionarsi a livello internazionale.
Usa, Russia e Cina.
È interessante fare il punto, alla luce degli ultimi avvenimenti sulla elezione di Trump e la guerra commerciale globale che ha con le sue prime decisioni provocato, ma anche sulla drammatica crisi energetica a seguito della guerra con l’Iran.
Su questi avvenimenti occorre svolgere alcune considerazioni per cogliere quanto abbiano pesato sullo sviluppo dei Brics, che hanno un’idea di ordine mondiale non sempre univoca, con diverse letture, anche se a New Delhi si è giunti a una buona sintesi.
È importante iniziare da un confronto tra le tre principali economie: Usa, Russia e Cina.
Gli Usa è un paese prevalentemente consumatore. In questo senso il mercato più grande del mondo. Il loro Pil è pari al 17 per cento a livello globale e dunque producono molto di meno rispetto a ciò che consumano. Gli statunitensi vivono molto al di sopra delle loro reali possibilità economiche e produttive. È il paese di gran lunga più indebitato del mondo. Oltre 40 mila trilioni di dollari! Un debito impressionante su cui pagano cospicui interessi senza poterlo ridurre, anzi aumenta di anno in anno. Fatto reso ancora più grave poiché alcuni paesi come Cina e Giappone non acquistino più il debito pubblico statunitense. Da qui il tentativo di Trump di forzare tutti gli altri paesi della Nato a spendere per la difesa molto di più, addirittura il 5 per cento, poiché il paese non è più in grado di essere “il guardiano dell’Occidente”.
La deindustrializzazione e la delocalizzazione del loro sistema produttivo negli ultimi trent’anni nel Sud del mondo ha inoltre determinato un disavanzo della bilancia commerciale, molto forte con quasi tutti i paesi del mondo, in particolare con la Cina e altri paesi asiatici.
Il processo di de-dollarizzazione, portato avanti dai Brics ha quindi notevolmente indebolito il ruolo del dollaro come moneta di scambio e di riserva. La politica della centralità del dollaro e successivamente del petroldollaro, che veniva imposta su scala mondiale, attraverso pressioni politiche e militari, è oggi ampiamente dal Sud del mondo messa fortemente in discussione, per il ruolo sempre più importante dei Brics e dell’asse strategico russo-cinese.
Inoltre, con la guerra all’Iran gli Usa sono in piena crisi energetica con aumenti della benzina, del diesel e del gas, nonostante siano grandi produttori di petrolio e di gas che esportano.
Infine, i grandi fondi finanziari apolidi, a iniziare da BlackRock, Vanguard e State Street, che da soli controllano oltre 20.000 miliardi di dollari, detengono partecipazioni azionarie rilevanti e spesso congiunte in ogni sfera della vita economica e sociale americana e di numerosi altri paesi, esercitando anche una forte condizionamento sull’industria bellica e una crescente influenza sulle politiche ambientali, sociali di governance.
Questa grande concentrazione di capitale finanziario si muove su una logica globalista, tramite processi di finanziarizzazione dell’economia. Una finanza digitalizzata e deregolamentata, fatta di privatizzazioni selvagge, di interventi anarchici affidati al mercato, in grado di operare senza vincoli territoriali, fuori da ogni controllo pubblico. In Occidente ha realizzato sistemi politici a-democratici e negli Usa non da meno con il controllo totale dello stato profondo sull’intera società.
Dal punto di vista marxista siamo pertanto a una grave fase di difficoltà nella valorizzazione del capitale. La finanza nella sua forma più astratta e concentrata ha preso il totale sopravvento e dominio negli Usa e in una parte importante dell’Occidente.
Questi processi devastanti del capitale finanziario hanno determinato un “nuovo modello di sicurezza sociale” negli Usa. Soppresso quel poco di welfare la sicurezza sociale è tutelata dal sistema assicurativo, per chi può, per le classi medie, prima di tutto per la salute, la previdenza sociale e pensionistica, per la formazione scolastica e universitaria. Ovviamente il sistema assicurativo è controllato dai grandi fondi di investimento, che tra l’altro controllano i bond a parziale copertura dell’ingente debito pubblico americano e la Banca centrale, la Feder Riserve, che pochi sanno è una banca privata autorizzata a emettere moneta, ma non è sottoposta al controllo del Congresso e dell’Esecutivo, cioè della Casa Bianca.
Quando si parla dello Stato profondo americano si parla soprattutto di questo potere invasivo finanziario che controllo tutte le sfere della vita economica e sociale, compresi i media, il complesso militare e i servizi di sicurezza, cioè le diverse agenzie, a iniziare dalla Cia.
I fondi di investimento non hanno interesse a promuovere e sviluppare l’economia reale del Paese. Wall Street è ormai quasi totalmente sganciata dal sistema produttivo. È un insieme di bolle finanziarie speculative che controllano lo Stato, la vita politica, e tutte le sfere della vita civile statunitense. Ovviamente il dominio del capitale finanziario ha determinato da una parte l’aumento della povertà, drammatiche questioni sociali e disoccupazione, dall’altra parte la crisi e l’indebolimento del potere di acquisto delle classi medie, che erano la vera dorsale della potenza economica americana.
Occorre allora intenderci, Quando Trump sostiene “prima di tutto l’America” in realtà sta dicendo “salviamo l’America” che sta andando a fondo.
La Russia, con il suo immenso territorio, undici fusi orari, ma con circa 140 milioni di abitanti composti da una infinità di etnie e molte religioni, anche se prevalgono gli slavi e gli ortodossi, con la Siberia e l’Artico è la vera cassaforte strategica del pianeta. Ha risorse infinite che esporta in tutto il mondo. Il suo sistema produttivo industriale (non quello bellico che è invece potentissimo, oggi più degli Usa) non è pienamente sviluppato, ma comunque adeguato al fabbisogno del consumo interno. Tra l’altro in questi anni con la guerra in Ucraina e le conseguenti numerosi sanzioni occidentali il Cremlino ha dato grande impulso allo sviluppo industriale, soprattutto per beni di consumo. Il russo medio, anche nelle più lontane province, ha migliorato di molto le sue condizioni materiali di vita: sono cresciuti i salari più dell’inflazione, sostanzialmente non vi è disoccupazione e vi è un robusto e diffuso welfare sotto il controllo dello Stato, come del resto lo sono la finanza e l’economia. Grandi imprese, a partecipazione maggioritaria pubblica, pianificano lo sviluppo industriale del paese, la sua crescita economica e sociale.
Sono stati varati progetti grandiosi per intensificare in termini intensivi lo sfruttamento della Siberia e dell’Artico, con grandi opere infrastrutturali (ferrovie, strade, porti e aeroporti), con modelli innovativi per gli insediamenti urbani (università, scuole, centri di promozione culturale, sociale e sportiva), con la nascita di nuovi insediamenti industriali e di estrazione delle materie prime, con centri di ricerca e di economie sostenibili per l’Artico, con una moderna e poderosa flotta di navi e di rompighiaccio a propulsione nucleare per garantire una costante navigazione. Si può affermare che l’Artico e la Siberia sono oggi per la Russa quello che per gli Stati Uniti fu la conquista del west.
Due sono oggi i grandi problemi della Russia tra loro connessi. La crisi demografica, dovuta anche a un secolo di guerre, tra il 1914 fino alla Seconda guerra mondiale – passando per la Rivoluzione di Ottobre e la guerra civile – che hanno provocato, si stima, la morte di oltre 50 milioni di persone, e la mancanza di mano d’opera qualificata, per un ulteriore sviluppo produttivo e industriale del paese. Per questa ragione mentre la Cina (ma anche l’India) corre a velocità sorprendente e potenzia ulteriormente il suo sistema produttivo la Russia non riesce a mantenere un altrettanto passo veloce. Questo a breve e a medio termine non è un grande problema dal momento che la produzione di beni di consumo riesce a fronteggiare il consumo interno. Ma in prospettiva può diventare un divario importante – questo è il secondo problema – tra la Russia e la potente economia cinese e in minor forma con quella dell’India, cioè le altre due grandi potenze protagoniste dell’integrazione asiatica. Per questa ragione il Cremlino ha snellito per diversi paesi asiatici le procedure per attrarre in Russia mano d’opera qualificata. Se ne parla poco, ma uno degli accordi con la Corea del Nord va proprio in questa direzione.
Infine, la Cina. Non mi soffermo sulle imponenti trasformazioni avvenute in Cina negli ultimi venti anni. Una su tutte. Circa 700 mila cinesi sono uscite dalla povertà e ora conducono una vita molto più decorosa e dignitosa e allo stesso tempo, soprattutto nelle grandi aree urbane, si è formata e sviluppata una classe media che si è arricchita con la straordinaria crescita economica del paese. La Cina, a differenza di venti anni fa, non è solo la “fabbrica del mondo”, ma una grande fabbrica tecnologicamente modernissima, di qualità attenta alla sostenibilità ambientale.
La sua gigantesca sovraproduzione di beni di quantità e di qualità porta il sistema produttivo cinese a conquistare nuovi mercati, ad espandersi costantemente e questa tendenza è stata solo in parte riequilibrata con l’aumento dei consumi interni e dei salari, che hanno fatto fare al paese un ulteriore balzo avanti. Nonostante gli indubbi successi, è ancora molto il lavoro da fare per raggiungere un equilibrio tra mercato interno ed esportazione. Questa è la contraddizione più significativa della Cina e non le tante stupidaggini che si sentono in giro sulla terribile dittatura del Pcc. Il gruppo dirigente di Pechino non ha ancora trovato un equilibrio soddisfacente tra la necessità di produrre massicciamente per l’esportazione e quindi arricchire ulteriormente i ceti sociali emergenti, e quella di aumentare i consumi interni per migliora ancora di più la vita di grandi masse di lavoratori.
Il multipolarismo ad attrazione dei Brics che avanzano.
Dopo questa premessa sullo stato dell’economia di queste tre grandi potenze, Usa, Russia e Cina, vengo al nocciolo della riflessione, cioè a che punto è la battaglia per il multipolarismo.
Salta subito agli occhi che un mondo multipolare non può essere concepito con un grande paese consumatore, gli Usa, un paese produttore, la Cina e un paese esportatore di materie prime strategiche, la Russia. Una divisione dei campi così rigida, materie prime, produzione e consumo non funziona, porta a nuove e più pericolose instabilità. Come non funziona il dividersi le zone di influenza dei mercati. Intanto perché gli Stati Uniti oltre i capitali, armi e un po’ di gas, non sanno cosa esportare e la Russia non va oltre le materie prime. Solo la Cina con la sua sovraproduzione è in grado di conquistare mercati ben oltre a quelli che dovrebbe essere la sua zona di influenza. Inoltre, grandi paesi emergenti come potenze economiche, India, Brasile, Sud Africa, tanto per fare tre esempi, non lascerebbero fare, come non lascerebbero neppure fare le vecchie potenze occidentali, sia pur in declino, come Francia, Germania e Giappone. Tra Usa, Russia e Cina vi può essere una intesa iniziale per riscrivere le regole, ma il governo del mondo non può essere l’attuale G20, ma una sua rivisitazione con un ulteriore allargamento, come propone Putin.
Alla luce di questo ragionamento la guerra dei dazi di Trump non è pura follia dal punto di vista Usa, ma una scelta drastica condotta, certo decisa da un leader brutale e arrogante, che ha lo scopo di tentare disperatamente di far uscire il paese dal collasso, allontanarlo dal baratro. In questo guerra commerciale voluta da Trump si è però determinata una convergenza di fatto tra i grandi fondi di investimento e la Cina. I primi vedono nella politica di Trump una seria minaccia al loro potere (non a caso sono prevalentemente di orientamento democratico), il vero nemico interno (da qui l’ottovolante delle borse e la volontà di costruire sul riarmo europeo una nuova bolla finanziaria per aver un paracadute se quella di Wall Street dovesse scoppiare). Del resto, i fondi hanno cospicue azioni in aziende americane localizzate in Cina e sono una parte della produzione o di significativa dell’export cinese.
La Cina invece assolutamente non intende rinunciare ad essere il principale paese esportatore e dunque diviene oggi paladina del libero mercato. Proprio recentemente ha chiuso con Corea del Sud e Giappone un accordo strategico di libero scambio e ha stretto più intensi rapporti commerciali con i paesi dell’Indonesia, a iniziare dal Vietnam. uesto perché i
Ecco allora perché il multipolarismo non può essere una semplice divisione delle zone di influenza delle grandi potenze, ma deve sollecitare e promuovere la integrazione di grandi aree geografiche e di Continenti. Una integrazione economica, finanziaria, commerciale, sociale, di realizzazione di opere infrastrutturali, di mobilità della mano d’opera e persino di iniziative culturali, turistiche e sportive.
Il multipolarismo è la costruzione e la realizzazione di una serie di grandi poli, in cui è ovvio che ci siano paesi leader, ma nell’ambito di un aggregato in cui le nazioni e i popoli crescano tutti insieme e ogni polo si rapporti e si relazioni con altri poli nell’interesse comune dell’umanità, che già oggi conta otto miliardi di persone da governare, con grandi questioni irrisolte a iniziare dalle disuguaglianze.
È un ideologismo credere che un mondo multipolare possa far meno degli Usa, grande potenza nucleare. Sarebbe una iattura e non un bene. Come è un ideologismo uguale e contrario pensare a un mondo senza la Russia e la Cina. Sono tutte grandi potenze, dei paesi leader che sono chiamati a svolgere un ruolo di costruttori del mondo multipolare, insieme con le potenze emergenti e se ne sarà capace l’Europa.
Di questa situazione l’Occidente dovrà prendere atto e una sua sconfitta n Ucraina può contribuire far maturare questa presa d’atto che passa soprattutto nella sconfitta del capitale finanziario che ha nello stato profondo statunitense il suo epicentro.
Occorre riportare la finanza sotto il controllo pubblico: della politica. È questa oggi una priorità assoluta, tutte le altre contraddizioni, comprese quelle sociali, devono essere ricondotte in questo contesto e per farlo è necessaria grande intelligenza politica, capacità tattica, obiettivi strategici chiari. Insomma, saper coniugare la lotta politica e sociale con quella per un mondo multipolare.
Per realizzare davvero un nuovo ordine mondiale multipolare un ruolo fondamentale lo svolge la Russia. Per tre ragioni essenzialmente
La prima. La Russia è forse in questa fase la prima potenza militare globale e dunque può offrire un ombrello protettivo da tentativi di avventure militari dell’Occidente a tutto il Sud del mondo, in parte tutela anche alla Cina.
La seconda. Non è un caso che il mondo dei Brics stringe accordi economici e commerciali con la Cina ma politicamente guarda alla Russia, che non avendo problemi di sovraproduzione di beni e di merci non ha bisogno, come la Cina, di espandere la sua economia conquistando nuovi mercati.
Questa condizione oggettiva della Russia la pone, non solo per la sua potenza militare, come paese garante del funzionamento dei Brics, come paese mitigatore e di freno alla dirompente economia cinese, che può, se non governata nel modo giusto (e per questo non è sufficiente un riequilibrio del consumo interno), creare problemi appunto agli stessi paesi Brics. Per questo il Cremlino svolge un costante lavoro di tessitura politica e diplomatica affinché non vi siano contraccolpi. Lo si è visto nelle mediazioni che ha condotto, per esempio, tra Cina e India, o Vietnam e lo si vede nell’autorevolezza che ha in gran parte dell’Africa e in alcuni paesi che stanno sperimentando forme di socialismo in Sud America. La diplomazia russa, che si è formata alla scuola di Molotov, Gromyko e ora Lavrov è il motore della diplomazia mondiale.
La terza ragione infine. La ripresa del dialogo tra Trump e Putin. Un dialogo che non ha solo la questione dell’Ucraina come problema centrale, ma un insieme di questioni rilevanti e strategiche per entrambi i paesi: dalla reciproca sicurezza e alla riduzione degli arsenali nucleari all’Artico; dal Medio Oriente allo sfruttamento delle terre rare di cui la Russia è ricca; dallo spazio alla politica di attrarre investimenti anche americani in Russia per il suo sviluppo produttivo. Sono tutti capitoli di uno stesso tema: uscire dalla guerra per procura, dalle contrapposizioni muscolari, per avviare una cooperazione nell’interesse reciproco e del mondo intero.
Certamente il percorso è lungo e tortuoso, pieno di insidie, ma questa è la direzione intrapresa. Il percorso da sostenere. E anche in questo caso il pallino dell’iniziativa politica e diplomatica con gli Usa lo ha la Russia anche se è sostenuto da tutto il mondo dei Brics. Quanta superficialità e narrazione propagandistica vi è nel sostenere che la Russia è stata economicamente fagocitata dalla Cina e che per non essere mangiata dal “dragone” deve riavvicinarsi all’Occidente, agli Usa. Che la strategia di Trump è di rompere l’asse strategico tra Russia e Cina. Ma questo asse non sarà spezzato. I due paesi, Russia e Cina, hanno bisogno l’uno dell’altro. Non solo in termini politici, militari e commerciale (scambio di materie prime per beni e merci), ma anche per un ragionamento politico molto più complesso.
La Cina, per tentando di regolamentare la sua sovraproduzione, ha la necessità di contare sulla politica e la diplomazia russa se non vuole creare una instabilità economica che rischia di mandare in frantumi i Brics. Come d’altronde la Russia, se vuole attrezzarsi per costruire un sistema produttivo di primissimo livello deve diversificare i suoi accordi economici. Certo anche con gli Usa, ma non in alternativa alla Cina,
In questo senso la Russia di Putin lavora più di chiunque altro paese per l’affermazione di un ordine mondiale multipolare proprio per via degli intensi rapporti politici e diplomatici che ha stabilito, già ai tempi dell’Urss, con numerosi paesi del mondo, e oggi anche con il mondo arabo tramite l’Opec, essendo il secondo paese, dopo l’Arabia saudita, che produce petrolio.
Per concludere, In queste riflessioni non vi è l’Europa. Se il vecchio continente non si libera dal dominio del capitale finanziario oggi arroccato a Londra-Parigi-Belino non ha prospettive in un mondo multipolare. Occorre smontare pezzo dopo pezzo la Ue, ripartire da processi reali di integrazione economica dell’Europa che guardi politicamente alla Russia e alle sue materie prime, in economia alla Cina e ai Brics e alle esportazioni dei suoi manufatti agli Usa e al Sud del mondo.
Fare la guerra alla Russia, chiudersi al mercato cinese è una follia. Porta senz’altro enormi vantaggi e profitti alle oligarchie finanziarie e alla nuova borghesia finanziaria, ma danneggia l’economia reale, impoverisce le popolazioni europee, porta al decadimento, al degrado, al declino l’intero Continente. Riproporre in Europa la centralità dello Stato e delle forze produttive è oggi decisivo, Sono le due condizioni per dare risposte a tutte le popolazioni europee. Per guardare avanti.
La Russia di oggi come la Russia dell’Ottobre è dunque la grande protagonista di una nuova rivoluzione mondiale: quella di un mondo multipolare che però per essere realizzato ha bisogno della forza economica della Cina. Può piacere o no, ma vedo un filo rosso che collega il ’17 con questo primo scorcio del XXI secolo. Il mondo non si è mai fermato. L’89 è stata una drammatica sconfitta, come lo fu il Congresso di Vienna nel 1815 dopo la caduta di Napoleone come epilogo della Rivoluzione francese. Ma era una pura illusione quella di voler tornare agli antichi regimi allora, come lo è oggi credere di poter rilanciare la globalizzazione finanziaria per contrastare l’avanzata dei nuovi poli del mondo multipolare.
Da New Delhi (Vertice Brics tenutosi dal 12 al 13 settembre 2026, n.d.r.) son giunte risposte rassicuranti.
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