martedì 27 marzo 2018

Marco Damilano: “Perché tornare all’opposizione per il Pd è un vero trauma”

Matteo RenziIl fattore B irrompe sull’idillio Lega e 5 Stelle

Il Partito Democratico è nato con l’obiettivo di essere un partito di governo. Ma ora riscopre un ruolo di minoranza. Ma per fare cosa, per essere chi? È il momento di ripensare tutto.

(di Marco Damilano – espresso.repubblica.it) – 
Opposizione. Il Partito democratico riscopre dunque questa parola dal sapore antico, mentre le due Camere si riuniscono per la prima volta ed eleggono i loro presidenti, l’apertura della nuova legislatura. È familiare, rassicurante, mette calore mentre fuori fa freddo, come in queste giornate di inizio primavera. Resteremo all’opposizione, gli elettori hanno voluto così, ripete il reggente del Pd Maurizio Martina e prima di lui il capo dimissionario Matteo Renzi, e tutte le anime del partito, solo in questo unite.
Potrà fare bene un tempo di opposizione, di minoranza, per un partito che negli ultimi anni si è associato al sistema, fino ad appiattirsi. E va accolto con favore il proposito di non mescolarsi con i vincitori (presunti vincitori) del 4 marzo. Eppure questo è il punto di partenza. Perché, una volta formulata la parola, opposizione, bisogna immediatamente porsi la seconda domanda. Opposizione, per fare cosa? Opposizione per essere chi? «Qual è il suo Pd?», chiesi tre anni fa a Matteo Renzi, intervistandolo a Palazzo Chigi nei primi mesi del 2015.
«È il Pd che ha preso il 41 per cento alle europee», mi rispose...
«È un accidente della storia? È un voto che si è costruito sulla sottrazione, rispetto alla crisi di Berlusconi e alla paura di Beppe Grillo? Per me è stato il tentativo di dipingere un’idea dell’Italia. L’Italia paese della speranza, in cui tutto è ancora possibile, contro Grillo, Berlusconi, Salvini e lo stesso Vendola che parlavano il linguaggio della rabbia. Per continuare a sviluppare questa idea c’è bisogno di più riflessione, più preparazione. E più comunicazione»....
Oggi, però, quel quaranta per cento raccolto nel 2014 appare un exploit isolato in una catena interminabile di sconfitte, un risultato su cui la classe politica del Pd non è riuscita a costruire un progetto in grado di durare nel tempo, essendo completamente mancati «più riflessione, più preparazione», come auspicava Renzi, e anche più comunicazione, che per il leader più social della storia della sinistra italiana assomiglia a una beffa. E soprattutto: se il Pd si identificava con un numero, il 40 per cento, cioè l’idea di rappresentare la maggioranza degli italiani, il centro sociale del Paese, un blocco di riferimento di dieci milioni di elettori che coincidevano più o meno con la platea che aveva usufruito della misura degli 80 euro, qual è l’identità di un partito che oggi di quei voti raccoglie meno della metà in termini percentuali e quasi la metà in assoluto?
Il Pd passa all’opposizione, ma il suo destino, la sua ragione sociale, fin dall’inizio, è stato il governo. La conclusione di un lungo percorso. Dal Pci di Enrico Berlinguer, il partito di lotta e di governo, la stagione in cui era possibile governare stando all’opposizione, il «lottagovernare» di cui scriveva Leonardo Sciascia, all’Ulivo di Romano Prodi, con Massimo D’Alema arrivato a Palazzo Chigi, ma nella condizione del figlio di un dio minore, senza passare dal voto degli italiani e sotto la tutela di Francesco Cossiga, dei centristi, dell’establishment economico finanziario, da Marco Tronchetti Provera a Enrico Cuccia incontrato a casa di Alfio Marchini. Fino alla nascita del Pd, nato nel 2007 con il discorso del Lingotto di Walter Veltroni.
Matteo Renzi
Vocazione maggioritaria, fu così definito l’orizzonte in cui muoversi: rappresentare la società italiana in tutte le sue pieghe, come aveva fatto a suo tempo il partito di governo per eccellenza, la Dc. «Il Pd lo pensavo così: una sorta di Democrazia cristiana più laica, più a sinistra, ma non troppo diversa dalla Dc del dopoguerra. Una Balena rosa», spiegò all’epoca Marco Follini a Aldo Cazzullo sul “Corriere”. Lo statuto del nuovo partito, con la scelta delle primarie aperte a tutti gli elettori come metodo di elezione del leader, e l’identificazione tra il segretario del partito e il candidato premier completava la trasformazione. Il sogno di una democrazia all’americana, E l’impossibilità di immaginare un Pd fuori dalla prospettiva di essere un partito di governo, anzi, il partito egemone del governo. Era questa l’ambizione che stava dietro il progetto renziano del Pd partito della Nazione, definizione di Alfredo Reichlin, il grande dirigente del Pci scomparso esattamente un anno fa in questi giorni, il 21 marzo 2017. Reichlin confidava che Renzi si era impossessato di quell’immagine senza mai ringraziare lui che ne era l’autore e senza forse averne capito pienamente il senso: l’idea di un partito che si definisse per la sua missione storica e per la sua funzione nazionale, e non soltanto, come poi è diventata la vulgata renziana, un contenitore ad alto tasso trasformistico, in grado di prendere consensi ovunque, da sinistra e da destra, dai post-comunisti agli ex berlusconiani, il partito acchiappatutto.
Luigi Di Maio
Oggi quella funzione, per uno scherzo della storia, è stata occupata dal Movimento 5 Stelle. È la formazione di Luigi Di Maio il nuovo partito della Nazione che mette insieme elettori di ogni provenienza e classi sociali trasversali, l’interclassismo, si sarebbe detto un tempo, e generazioni e spinte territoriali diverse. E ora prova, con una metamorfosi spettacolare, a rovesciarsi nell’opposto, il nuovo partito di sistema. Oppure, evoluzione molto più inquietante, in un sistema totalitario, come sembra fare Davide Casaleggio sul Washington Post quando contrappone il Movimento 5 Stelle a tutti gli altri partiti: tutti sono destinati a scomparire tranne M5S. Una visione anti-costituzionale, poiché la Costituzione affida ai partiti il compito di rappresentare i cittadini per «determinare la politica nazionale». E poco coerente con M5S che invece in Parlamento rivendica presidenze, posti, incarichi.
Mentre per il Pd la vocazione maggioritaria si è capovolta in vocazione minoritaria, il partito della Nazione è al più il partito della Regione (la Toscana e neppure tutta) e i fautori del senso di responsabilità di ieri, sostenitori delle larghe intese con Berlusconi, sono i pasdaran di oggi, dell’opposizione a ogni costo. Ma non c’è un Bernie Sanders o un Jeremy Corbyn all’orizzonte, un leader capace di incarnare la nuova stagione radicale, quella in cui si tornerà a dire no, dopo aver detto tanti sì.
L’opposizione ha un valore se si accompagna a un ripensamento totale del proprio ruolo e della tavola dei valori e degli interessi. Oppure c’è un’altra strada, quella suggerita da Veltroni, uscire dall’isolamento e giocare un ruolo per dividere la Lega dai 5 Stelle, per spaccare la destra, per aiutare il presidente della Repubblica a trovare una soluzione alla crisi che non indebolisca il Paese di fronte all’Europa. Quello che non si può fare è utilizzare l’opposizione come riparo, una posizione di comodo per vedere che effetto fanno le contraddizioni dei detestati Di Maio e Salvini chiamati alla prova del governo. Fare l’opposizione come si stava al governo, perché nulla cambi.----
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