domenica 8 novembre 2026

Cavallo di Fuoco /L'ITALIA NEL MONDO MULTIPOLARE- Oltre la rabbia: organizzazione e ricomposizione di classe —

 

Un contributo al dibattito sulle lotte dei giovani aperto su “Cavallo di Fuoco”

Studenti e polizia

Autore: Alessandro Testa

Studioso di questioni politico-filosofiche; del Centro Studi nazionale “Domenico Losurdo” e della redazione di “Diemmedi”.

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L’analisi avviata sulle pagine di questa testata da Carlo Formenti e proseguita da Alberto Sgalla e Gianmarco Pisa ha il merito indiscusso di aver diradato la nebbia ideologica con cui i media mainstream e la classe politica si sono affrettati a rubricare la recente insorgenza giovanile. Da un lato, Formenti ha svelato l’ipocrisia del conformismo mediatico, che condanna la violenza di piazza per evitare di pronunciarsi sulle cause strutturali che l’hanno generata; dall’altro, Sgalla ha iscritto questa rabbia nel quadro del capitalismo assoluto e postfordista, rintracciandone i fili di continuità e di frattura con le grandi stagioni del ’68 e del ’77.

Raccogliere il testimone di questo confronto significa porsi l’interrogativo ineludibile che entrambi gli autori lasciano aperto: quali condizioni servono affinché questa fiammata non si estingua sotto la repressione o non degradi in impotente marginalità? In altri termini, come si supera il “grado zero” della consapevolezza di classe? Innanzitutto, bisogna riassumere appieno il salto di fase rispetto al passato, indagando appieno le profonde trasformazioni nella struttura dei rapporti di produzione e della cornice politico-statale.

Le mobilitazioni del ’68 e del ’77 si collocavano in una fase in cui il capitalismo fordista – per quanto messo a dura prova dai primi scricchiolii della crisi di sovrapproduzione e svalutazione monetaria – disponeva ancora dei margini economici e strutturali per svolgere una funzione espansiva. Lo Stato sociale Keynesiano agiva da perno integrativo: la spesa pubblica per l’istruzione di massa, la sanità e la previdenza garantiva un’effettiva mobilità sociale e redistribuiva quota parte del valore prodotto. La contestazione di quelle generazioni nasceva dunque in un contesto di relativo benessere e garanzia materiale, scagliandosi primariamente contro la gerarchia, l’autoritarismo delle istituzioni e l’alienazione del lavoro di fabbrica.

Oggi il quadro è diametralmente opposto. La crisi attuale non è un passaggio congiunturale, ma l’esito d’una contraddizione strutturale d’accumulazione che il capitalismo neoliberale non riesce più a governare se non mediante la distruzione delle forze produttive e dei beni comuni. Crollato il binomio tra sviluppo economico e coesione sociale, il welfare state è in caduta libera, la redistribuzione è azzerata e l’unica risposta ai problemi materiali delle classi subalterne è l’austerità unita all’economia di guerra.

In questo scenario, la borghesia abbandona i vecchi strumenti del consenso democratico: per blindare il proprio modello di valorizzazione in crisi, il capitale necessita di sovrastrutture politiche sempre più autoritarie, di una legislazione liberticida e del ricorso sistematico al dispositivo poliziesco e militare. La rabbia dei giovani di oggi non nasce dal rifiuto di un futuro integrato o garantito, ma dalla constatazione immediata che persino questo futuro è stato del tutto cancellato.

Ci troviamo così di fronte a una generazione cresciuta nell’incertezza sistemica, dove la disgregazione dei servizi si intreccia con una pervasiva colonizzazione dell’immaginario da parte dei colossi digitali. Tra i protagonisti di queste manifestazioni vi sono moltissimi giovani di seconda generazione, figli del proletariato immigrato escluso dai diritti di cittadinanza, affiancati da una massa di studenti e lavoratori precari interamente sussunti nelle logiche della gig economy, dell’autosfruttamento e di quei modelli di produzione che arrivano ad assumere talvolta i connotati di un vero e proprio neoschiavismo.

Non siamo peraltro in presenza di un soggetto dotato della solida cultura politica del ’68 o dei circuiti controculturali del ’77. La spontaneità attuale è al tempo stesso la forza propulsiva e il limite principale del movimento giovanile: nato dall’insofferenza contro un presente privo di sbocchi, rischia di consumarsi nella folgorante ma effimera meteora dello scontro estemporaneo se priva di strumenti di analisi del reale e, soprattutto, di organizzazione e robustezza politica.

Quando la prassi si riduce a pura esplosione sintomatica, il potere autoritario ottiene esattamente il pretesto di cui necessita per inasprire la repressione ed etichettare la protesta come mero problema di ordine pubblico. Per evitare l’isolamento, il primo compito è riprendere il concetto citato da Formenti: chi non ha fatto inchieste non ha diritto di parola. Serve una vasta operazione di analisi e ascolto dentro le scuole, le periferie e i luoghi del lavoro frammentato per tradurre l’angoscia individuale in rivendicazione collettiva.

L’auspicio di una convergenza tra la protesta giovanile e le lotte dei lavoratori rappresenta un altro passaggio chiave: la svalutazione del lavoro vivo a favore della speculazione finanziaria, unita alla destinazione delle risorse pubbliche verso il riarmo anziché verso la scuola e i salari, dimostra come la radice del problema sia la medesima per sia per i giovani studenti che per la classe lavoratrice nel suo insieme. Saldare la condizione dello studente precario a quella dell’operaio della logistica o del dipendente dei servizi significa far comprendere ai giovani che la loro battaglia per il futuro non è una vertenza generazionale, ma il terreno su cui si gioca la riapertura del conflitto sociale nel nostro Paese.

Ora, se l’analisi definisce il quadro, la validità dell’ipotesi politica si misura sul terreno dell’azione pratica. Per evitare che la saldatura rimanga una formula astratta, occorre mettere in campo un piano d’intervento articolato su proposte concrete a breve-medio termine. Riconoscere la spontaneità dell’insorgenza giovanile non significa sacralizzarla. Se la rabbia rimane puro sintomo, il capitale e i suoi apparati repressivi avranno gioco facile nell’isolare la frangia più combattiva e riassorbire il resto nell’apatia. Tuttavia, il limite di molte analisi risiede nell’idea illusoria che per “organizzare” questi ragazzi basti somministrare loro una piattaforma politico-ideologica o invitarli a riempire le sedi di qualche partito o sindacato esistente.

Le energie spontanee non si incanalano per cooptazione, ma per attrazione funzionale. Un movimento selvaggio si organizza solo quando percepisce che l’organizzazione non è un vincolo burocratico, ma un amplificatore di potenza della propria lotta e uno scudo di protezione rispetto alla repressione che sistema metterà inevitabilmente in opera.

 

Per costruire questo dispositivo d’ingaggio occorre agire su tre snodi organizzativi strategici che andiamo qui di seguito a proporre.

Il sindacato di strada e di scuola come “infrastruttura di difesa”: la prima spinta all’aggregazione nasce dal bisogno di tutela di fronte alla repressione poliziesca e alle sanzioni disciplinari degli istituti scolastici. La costituzione di sportelli di autodifesa e soccorso legale gratuito – promossi congiuntamente da avvocati militanti, sindacati di base e collettivi universitari – rappresenta il primo punto di contatto materiale. Proteggere i ragazzi denunziati, identificati o sospesi significa mostrare nei fatti che l’organizzazione è il primo livello di solidarietà di classe.

 

Le “Case del Popolo 2.0” e i centri di ricomposizione: I giovani di oggi vivono in contesti urbani privi di luoghi di aggregazione non mercificati. Essere presenti all’interno di spazi fisici permanenti (sedi liberate, centri sociali, case del popolo) che non siano semplici luoghi di riunione, ma spazi polifunzionali autogestiti – dotati di aule studio, connettività, supporto didattico, palestre popolari e spazi culturali – permette di intercettare il bisogno di socialità quotidiana. È dentro la vita in comune, e non nei comitati direttivi, che si forma la fiducia reciproca e si sedimenta la consapevolezza politica.

La cassa di resistenza intergenerazionale: per evitare la dispersione delle energie in mille rivoli individuali, serve un obiettivo tattico unico e di massa. Nel contesto odierno, la battaglia per l’incolumità fisica e la corretta valorizzazione del lavoro giovanile – a partire dall’abolizione radicale del PCTO (l’alternanza scuola-lavoro) e dalla pretesa di un reddito di formazione sostenuto dalle rendite finanziarie del capitale – costituisce il terreno ideale per questa lotta. All’interno del dibattito sulle contromisure materiali alla precarietà, la rivendicazione di un reddito di formazione sganciato dalla produzione immediata e finanziato attraverso la tassazione delle rendite finanziarie occupa uno spazio centrale, ma richiede un rigoroso vaglio critico. Se isolato dal contesto di una dinamica conflittuale complessiva, il tema del reddito rischia di prestarsi a letture socialdemocratiche o utopistiche, che illudono sulla possibilità di redistribuire stabilmente la ricchezza sociale senza sovvertire radicalmente i meccanismi fondamentali dell’estrazione di plusvalore. Una rivendicazione di questo tipo assume un valore effettivamente anticapitalistico solo se non viene concepita come una misura assistenziale elargita da un ipotetico Stato neutrale, bensì come una leva di transizione, una conquista imposta dai rapporti di forza della lotta di classe che sottragga quote crescenti di tempo di vita alla subordinazione totale del mercato, subordinandone la realizzazione all’estensione del contropotere operaio e studentesco.

Su questo obiettivo si costruisce il ponte con i lavoratori: i sindacati di base devono mettere a disposizione la propria forza legale e istituzionale indicendo scioperi di supporto a copertura delle mobilitazioni studentesche, sostenuti da casse di resistenza finanziate dal mondo del lavoro garantito. Ma c’è di più: se gli sportelli di autodifesa, le casse di resistenza e le infrastrutture territoriali costituiscono il terreno materiale indispensabile per l’aggancio immediato e la protezione della forza-lavoro giovanile, queste forme di sindacalismo sociale non possono tuttavia esaurire la prospettiva strategica del movimento. Il rischio latente di un’impostazione puramente vertenziale o mutualistica è la regressione a una funzione di supplenza assistenziale, che finisce per compensare i vuoti lasciati dallo Stato sociale senza metterne in discussione il fondamento capitalistico. Affinché la difesa immediata si traduca in un reale contropotere, è necessario che il momento rivendicativo si saldi esplicitamente con la costruzione di una soggettività politica autonoma e generalizzata. Le lotte parziali e i conflitti nei singoli luoghi di studio o di lavoro devono essere ricondotti a un disegno strategico complessivo, capace di indicare nel superamento dei rapporti capitalistici di produzione l’unico orizzonte risolutivo, pena il loro esaurimento in una logica puramente corporativa o di resistenza passiva. Solo trasformando i momenti di piazza in occasioni permanenti di organizzazione, contropotere e solidarietà politicamente organizzata sarà possibile impedire che l’energia di questa nuova generazione rimanga schiacciata tra la violenza dello Stato e la disperazione del presente.------

 

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