Prosegue il dibattito sulle nuove lotte dei giovani


Autore: Gianmarco Pisa
Operatore e ricercatore di pace; saggista; responsabile Esteri PCUP
Prosegue il dibattito sulle nuove lotte dei giovani-
Il dibattito, meritorio per contenuti e intenti, avviato da ‘Cavallo di Fuoco’ circa le mobilitazioni, le proteste e le lotte che stanno potentemente attraversando il nostro continente e il nostro Paese e che stanno vedendo come protagonisti giovani e giovanissimi studenti e lavoratori (non solo loro, ma segnatamente loro), è di grande rilevanza politica, oltre che sociale e culturale, per almeno due ordini di ragioni: prova a leggere e scandagliare le caratteristiche e gli obiettivi di una nuova soggettività di lotta, per diversi aspetti inedita, che ha finalmente celebrato la sua epifania nel panorama, frastagliato e composito, del conflitto sociale nel nostro Paese; e prova a riflettere e interrogarsi sulle domande che queste giovani e giovanissime generazioni ci pongono, sulle loro ansie e le loro fragilità, le loro attese e incertezze, le loro speranze e le loro aspettative.
Una possibile via di accesso per ragionare e interloquire “insieme con” questo movimento, così articolato e composito, è offerta da un passaggio della riflessione che Carlo Formenti ha consegnato alle pagine di ‘Cavallo di Fuoco’, nei termini seguenti: una “rabbia alimentata dagli effetti di decenni di politiche neo liberali che hanno fatto strame della scuola, come di tutti gli altri servizi pubblici, dei redditi e dei diritti sociali delle classi subalterne e, quindi, delle famiglie di quei ragazzi. Di questo hanno parlato ovviamente molti amici e compagni sui mezzi a loro disposizione, tuttavia, nel leggerli, non ho potuto fare a meno di notare la genericità delle argomentazioni: mancavano analisi approfondite della specificità di questo movimento, dei suoi caratteri inediti, del perché è scoppiato in modo così imprevedibile e in apparente assenza di preparazione e organizzazione, della sua estraneità a ogni soggetto politico strutturato (movimenti di sinistra radicale e centri sociali compresi)”.
Difficile dire se, effettivamente, tale movimento abbia avuto caratteri imprevedibili e sorprendenti; certo è che esso non si dota, non intende dotarsi, di una specifica organizzazione e manifesta, talvolta persino rivendica, la propria estraneità a ogni soggetto politico organizzato. La premessa a partire dalla quale gettare lo sguardo e lo scandaglio su questo movimento e provare dunque a riflettere e interloquire insieme è tanto ovvia quanto rimossa, perfino banale eppure fin troppe volte distrattamente presa in considerazione: occorre mettere al bando ogni forma di supponenza e paternalismo (così come di sociologismo e giustificazionismo) nei riguardi di questi giovani e giovanissimi protagonisti di questa stagione di conflitto. Non serve giudicare dall’alto di presunte cattedre di perfezione ideologica o di purezza rivoluzionaria; non hanno bisogno di sermoni e di prediche intorno alle modalità di costruzione della lotta e alle finalità dello sbocco rivoluzionario; non credono alle lezioni di vecchi maestri o alle categorie di paradigmi politici, di ampi costrutti ideologici o di vaste narrazioni che non abbiano mordente nella vita reale loro e dei loro intorni sociali, che non sappiano esprimere la loro soggettività.
È un movimento che si è dispiegato e si sta dispiegando e che vive e attraversa questa stagione di lotta a partire da una serie di consapevolezze di cui è venuto dotandosi in relazione alla propria specifica condizione giovanile, e quindi, in ultima istanza, in virtù della consapevolezza basilare maturata in connessione con l’esperienza concreta di vita nei luoghi dell’apprendimento e della socializzazione (la consapevolezza diretta, perché legata agli attraversamenti della vita quotidiana, concreta, del diritto allo studio, delle condizioni di studio o di lavoro, della situazione delle scuole, della qualità dell’insegnamento, dei servizi disponibili e accessibili, della disponibilità e accessibilità dello spazio pubblico, della condizione di vita nelle nostre città e dei servizi che le città mettono, o non mettono, a disposizione), e in virtù della consapevolezza aggregata legata alla socializzazione nell’universo giovanile (la consapevolezza che matura nel confronto tra pari, una consapevolezza che evolve nella dinamica di relazione tra questi giovani e giovanissimi protagonisti, nella relazione, nei dialoghi, negli scambi tra di loro, nell’apprendimento e nel confronto tra pari, ove si sconta l’assenza di un orientamento e di una direzione politica propriamente detta, ma dove si sviluppa una pratica relazionale e dialogica di confronto e di maturazione, di relazione e di intesa), che nella pratica della lotta deve esplorare le modalità della propria proiezione politica.
Sono connotazioni inedite per molti aspetti, tali da conferire a questo movimento alcune caratteristiche: il rifiuto della eterodirezione, la mancanza di una direzionalità e di una prospettiva univoca e unitaria, la composizione del percorso di lotta come un vero e proprio mosaico, dove la mancanza dell’obiettivo unificante della trasformazione generale va di pari passo con la definizione di una griglia composita di questioni specifiche e obiettivi puntuali su cui concentrare l’attenzione. Si può effettuare una lettura comparata, sinottica, in parallelo, delle caratteristiche di questi movimenti, al plurale, a partire da ciò che scrivono e da ciò che realizzano, dalle pratiche di lotta e dai contenuti delle piattaforme, provando a individuarne, al tempo stesso, tanto la carica potenziale di soggettivazione e di autodeterminazione quanto il rischio del depotenziamento e del riflusso.
Quanto al primo ambito, inutile nascondere la sorpresa nei confronti di azioni e pratiche che in passato si sarebbero giudicate “a bassa intensità politica”: iniziative di lotta studentesca talvolta “concordate”; occupazioni a termine destinate a durare il volgere di poche settimane, a volte di pochi giorni; comunicati talvolta brevissimi, estrema sintesi o relativa assenza di analisi di contesto e di fase, di inquadramento complessivo, di panoramica generale e, in alternativa, un andare diritto al punto, indicare le ingiustizie prevalenti, segnalare le finalità specifiche della mobilitazione. Quanto al secondo ambito, i testi brevi vengono fatti correre sui social media perché quello è lo spazio naturale della loro interazione e il canale ordinario della loro comunicazione, quindi, in definitiva, anche della loro comunicazione politica; attraverso i social media si creano reti virtuali e si interagisce a distanza e, tuttavia, allo stesso tempo, si possono creare contatti e costruire agende, incontri, appuntamenti.
La dinamica di scomposizione che attraversa questi movimenti è del resto del tutto congruente allo scenario di scomposizione che offre il mondo sociale, il contesto storico stesso che questi giovani e giovanissimi, nelle società occidentali, si trovano a vivere e ad abitare quotidianamente: dove il lavoro è precario, frantumato, incerto o inesistente; dove la scuola ha dismesso la sua funzione di organizzazione e attrezzatura di un pensiero forte e riflessivo, critico e consapevole; dove le dinamiche di relazione sono fluide o ambivalenti e dove il ruolo della famiglia e dei luoghi sociali della certezza e della stabilità è sempre più profondamente e pesantemente sfidato e disgregato. È questa la base materiale su cui si forma, dunque, questa inedita articolazione sociale.
Questi giovani e giovanissimi condensano dunque il nucleo delle loro proteste e delle loro lotte in alcune parole d’ordine che sono al tempo stesso evasive e incisive: ci avete sottratto il futuro, quindi reclamiamo il futuro e occupiamo il presente; ci private di spazi e luoghi di socializzazione e di relazione, e siamo consapevoli degli spazi sottratti, delle città disfunzionali, del benessere sfuggente e delle scuole fatiscenti, e rivendichiamo, a partire da questi, diritti che ci sono negati; siamo continuamente esposti a ingiustizie e brutalità le più radicali, e disertiamo, ci rifiutiamo di rispondere alla “chiamata di correo”, di fronte alla disumanità che avanza, le guerre che non finiscono, il linguaggio della guerra che pervade ogni spazio, i CPR che diventano sempre più luoghi di detenzione e gli studenti di origine straniera che sono sempre più sistematicamente esposti al dileggio e al razzismo, al razzismo quotidiano che, sempre più normalizzato, avanza, ma che questi giovani sanno non avere ragione e agire come veleno, sino al genocidio quotidiano che si consuma, implacabilmente, in terra di Palestina.
Questi giovanissimi protagonisti hanno il senso dell’ingiustizia, avvertono l’ingiustizia come inaccettabile, e si mobilitano di conseguenza; lottano a partire dalla loro condizione concreta e dal loro vissuto quotidiano; desiderano un avvenire migliore e sono consapevoli della scomposizione e della precarietà, della totale assenza di prospettiva e di futuro che questo sistema riserva loro; cercano una via di fuga, o di realizzazione, in prima battuta individuale, e diffidano delle grande costruzioni narrative e delle grandi teleologie ideologiche; concepiscono in forma diversa la politica (che peraltro mai si arrischierebbero a nominare in questi termini); si attivano per denunciare ciò che non va, per cambiare, o rivendicare il cambiamento, di ciò che non funziona e che impedisce loro di fruire appieno di diritti e opportunità, ma non hanno l’orizzonte della prospettiva generale, della trasformazione complessiva, pur cogliendo la vastità delle grandi ingiustizie (esclusione, guerra, genocidio).
Nella loro mobilitazione, il limite e la forza, dunque, si intrecciano: nessuno ci rappresenta, non vogliamo essere rappresentati da nessuno, sono affermazioni che abbiamo tante volte sentito ripetere o letto in questi appelli; l’organizzazione viaggia attraverso altri canali e secondo altre modalità e manca, senza dubbio, il riferimento, o l’ancoraggio, alla forma strutturata dell’organizzazione politica; al tempo stesso sentono e sanno che questo sistema è ciò che li priva del futuro e di una prospettiva serena, sicura, affidabile, abitabile, giusta. Mostrano, in pratica, quanto il capitalismo del tempo presente abbia reso la vita un inferno e il futuro un’inquietudine.
Questi giovani vanno coinvolti con linguaggi nuovi e in forme organizzate originali, che non possono essere quelle del passato e che pongono alle forme strutturate dell’organizzazione politica, alle organizzazioni politiche “tradizionali”, interrogativi e quesiti di vasta portata. In questi movimenti può e deve maturare una consapevolezza più generale e complessiva, stabilire i nessi e le connessioni tra i diversi fronti dell’ingiustizia e individuare infine la ragione ultima, la scaturigine fondamentale di questo stato di cose inaccettabile, la causa di fondo che tiene insieme guerra, riarmo, militarizzazione, distruzione dello spazio pubblico, mortificazione della scuola, frantumazione del lavoro, carovita e caroaffitti, e individuare finalmente in questo ordine sociale, nel giogo del capitale (del potere legato al profitto, alla competizione, alla guerra), il vero obiettivo da colpire.
E tuttavia, di conseguenza, anche nelle organizzazioni politiche può e deve maturare una sensibilità diversa e più attenta circa i nuovi linguaggi, le nuove pratiche, i nuovi bisogni (per i quali occorre una nuova indagine, una nuova ricerca e una nuova inchiesta), le nuove modalità di partecipazione e di coinvolgimento, in ultima istanza di organizzazione, che queste giovani e giovanissime attivazioni di lotta stanno domandando e ricercando.

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