domenica 1 novembre 2026

CAVALLO DI FUOCO/L'Italia nel Mondo Multipolare - Nuova generazione in Movimento. Avanti come? Avanti dove?



Prosegue il dibattito sulle nuove lotte dei giovani

NUOVA GENERAZIONE IN MOVIMENTO. AVANTI COME, AVANTI DOVE?

Autore: Alberto Sgalla

Docente di Diritto e scrittore

L’insorgenza dell’attuale movimento studentesco-giovanile va inquadrata nel nuovo contesto del capitalismo assoluto, neoliberale, cibernetico, postfordista, in cui

  • la speculazione finanziaria ha un ruolo trainante,
  • il mercato non è più la sede dello scambio di equivalenti, ma è il principale strumento di legittimazione dell’ordine sociale e politico, le cui crescenti diseguaglianze offendono con insopportabile brutalità l’esistenza dei lavoratori;
  • la vita sociale è avviata al nichilismo di massa, all’imbarbarimento, in totale balìa dei rapporti di forza fra le classi, di un’oscena concentrazione di ricchezza oligarchica, di dispositivi di una colonizzazione delle menti che si riproduce come una metastasi.

Nel ‘90 ci fu l’apparizione, contro la privatizzazione dell’istruzione, di un movimento studentesco (detto della “Pantera”), che alludeva ad una controffensiva dell’intellettualità di massa (studenti. ricercatori, tecnici, informatici, docenti, impiegati dell’industria culturale…), presto spentosi in una ipnotica autoreferenzialità. Ora, però, rotto il binomio fiducia-futuro, è in campo qualcosa di più consistente, una moltitudine di studenti, di giovani donne e uomini, che escono dall’apatia politica, dall’invisibilità, cercano il senso dell’essere in comune, rifiutano d’essere ridotti a “capitale umano”, forza-lavoro formata e programmata per vendersi sul mercato al servizio di un potente capitale costante ad alta composizione tecnica; giovani presi dall’angoscia, crollato ogni investimento psicologico sull’avvenire, che appare mera estensione del presente fatto di saccheggio di risorse sociali e naturali e di preparazione alla guerra, coscienti che non c’è futuro per il piacere di vivere, ma solo per essere vincenti nell’era della flessibilità, “imprenditori di sé” impegnati a fare marketing di sé, sempre sul mercato nella società elitaria dell’incertezza e del rischio, in cui anche il pensare, il sentire, il comunicare sono messi al lavoro per produrre valore, capitale.

Ora sono anche entrate nella “società dello spettacolo” le devianze dei giovani disadattati, marginali, alla ricerca d’un riconoscimento o d’un riparo, che ricordano la marginalità volontaria, la fuga nel ghetto “controculturale”, l’aggressività dell’impotenza, che, insieme alla suicida scorciatoia armata, portarono alla fine del movimento del ’77. Già allora si ragionò sul sottoproletariato, “la putrefazione passiva degli strati più bassi della vecchia società…qua e là gettati nel movimento da una rivoluzione proletaria”, che “per le sue stesse condizioni di vita sarà piuttosto disposto a farsi comprare e mettere al servizio di mene reazionarie” (Marx-Engels).

‘68

Viene naturale ricordare i figli della generazione del secondo dopoguerra, giovani in una condizione d’insofferenza sospesa fra rivolta esistenziale e bisogno d’impegno politico, la “generazione della contestazione globale” operaia e studentesca dal ‘68 in poi, il cui “romanzo di formazione” s’arricchì nel corso degli anni ‘60 con la condivisione delle opere del cinema, delle arti visive, della letteratura, della musica, del teatro, intensificando sensibilità e fervore intellettuale, le culture del “desiderio dissidente” poi confluite nel ‘68 nelle università, dove divennero ricerca pubblica di nuovi strumenti di analisi del sé e della realtà in movimento.

Quel movimento fu un operoso laboratorio sociale e culturale di “modernizzazione”, protagonista di una profonda innovazione storica, saldando insieme

  • “la liberazione di sé come condizione indispensabile per la liberazione di tutti”, il rifiuto radicale dell’american way of life, della scuola di classe, dell’autoritarismo della società gerarchica, il disgusto per la volgarità consumistica e l’esibizione sfrontata del lusso, il rifiuto della prestazione di vita in cambio di denaro,
  • lo schierarsi attivo con le lotte di liberazione nazionale dei popoli vittime dell’imperialismo.

La forza-lavoro operaia (lotte per il salario, contro l’organizzazione del lavoro, contro il cottimo, la nocività, l’oppressione del regime di fabbrica…) e la forza-lavoro tecnico-scientifica in formazione si sono incontrate, mosse in un unico progetto: non essere complici del proprio sfruttamento, liberare la scienza dall’essere funzione del capitale per farne il cuore pulsante dello sviluppo umano, liberare il lavoro vivo dall’essere il motore mobile del capitale, affinché divenga forza-invenzione, opera creativa per l’utilità sociale, introdurre una razionalità diversa nel sistema economico e sociale, in vista di un’economia solidale dei beni comuni, contro la perdita di sé e il dominio totalizzante del capitale, contro le “fabbriche dell’anima”, gli apparati ideologici-comunicativi del capitale, che realizzano sempre più un’econometria delle emozioni e dei sentimenti.

Le lotte sono nate dentro lo sviluppo, dentro il piano d’accumulazione capitalistica, per tramutare il capitalistico, alienante, rapporto tra cose in un rapporto sociale, per agire di concerto, per la comune partecipazione alla “vita della mente”, per liberare il general intellect, il sapere sociale complessivo e farlo diventare forza produttiva a fondamento d’una cooperazione sociale possibile, ma inibita e distorta nei rapporti di produzione capitalistici, per far sì che “il lavoro accumulato sia soltanto un mezzo per rendere più largo, più ricco, più progredito il ritmo di vita dei lavoratori” (Marx-Engels).

Questo movimento si è trovato subito a dover affrontare la “strategia della tensione”, la repressione degli apparati di Stato, che hanno lascito una tragica scia di sangue  nelle strade, l’orrore del terrorismo delle stragi, che insieme alla crudeltà dell’imperialismo (ad es. il sanguinoso golpe cileno che mise fine alla democratica esperienza socialista), convinsero di dover costruire il proprio futuro con la lotta di classe contro l’assetto sociale disumano e quello statale ritenuto ingiusto e colluso con la violenza reazionaria, per l’emancipazione sociale, l’autodeterminazione esistenziale e politica.

Il movimento dal ‘68 in poi in nome dei valori umanistici, che la società capitalistica nega

  • ha riaffermato la centralità della soggettività razionale illuministica, che si potenzia partecipando alla collettiva “vita della mente”;
  • ha attaccato il sistema d’istruzione come strumento di classe, di predeterminazione professionale e la società-fabbrica intesa come totalità valorifica subordinata al processo d’accumulazione del capitale, con i suoi imbonitori mercenari che allora ed ora promuovono “l’imbecillità tecnologica come condizione intellettuale e la robotizzazione degli individui”;
  • ha inteso porre le premesse di un lavoro creativo, alternativo e di un nuovo modo di vivere, anticipando la centralità del sapere e della comunicazione nel processo produttivo postfordista.

Con lo slogan “siate realisti, chiedete l’impossibile” era divenuta senso comune la proposta di trasformazione sociale non a partire dalla penuria, ma dall’abbondanza di beni economici, dato che la nuova miseria dilagante che generava angoscia era ritenuta quella che depotenzia le umane qualità intellettuali e culturali. Rifiutato con sdegno l’adeguamento all’homo economicus che stabilisce con gli altri solo rapporti di scambio, un “traffico” basato sul proprio interesse, si proponeva un rafforzamento della Sicurezza Sociale, la necessità che il pubblico sostenesse i costi principali della riproduzione della forza-lavoro, il controllo dei lavoratori sulle condizioni, i ritmi, la salubrità e i fini del proprio lavoro. Era comune il bisogno di dare valore alla propria vita, al proprio corpo, alla propria intelligenza e sensibilità (autovalorizzazione) e di costituire il general intellect, l’intelligenza scientifica, in potenza politica.

’77

Nel corso degli anni ‘70 è avvenuta un’enorme trasformazione economica e sociale, prodotta dall’impennarsi dei prezzi delle materie prime, dalla crisi petrolifera, dalla tempesta valutaria connessa all’inconvertibilità del dollaro, ma indotta anche dalle lotte di operai, studenti, donne, intellettuali. Una enorme mutazione della forma e della struttura delle forze produttive e della formazione delle identità sociali. Alla grande azienda fordista-tayloristica si è sostituita la “fabbrica diffusa”, l’impresa snella, flessibile, disseminata nei vari territori, si è realizzata l’internazionalizzazione oligopolistica del capitale, la società è stata scomposta in una frammentazione atomistica, è stato asservito e messo al lavoro ciò che è comune, si è posta fine allo Stato sociale pianificatore, interventista e imprenditore, alla distinzione fra privato e pubblico. La scienza è stata incorporata nel rapporto di produzione, il sentire, il mondo emozionale e simbolico, in passato esclusi dalla sfera del mercato, sono divenuti, con una eccitazione trionfalistica, una merce nella “società dello spettacolo”, che esclude chi non cede alle sue lusinghe o non accetta la dipendenza personale, il lavoro servile.

Dentro questa trasformazione è sorto, anche in forme violente, il Movimento del ’77, fatto di studenti-proletari, donne, lavoratori precari, sottopagati, a part-time, autonomi-parasubordinati, con doppio lavoro, oppressi dalla umiliante miseria delle loro esistenze, disposti a lottare per i propri bisogni e desideri, per una sicurezza di vita, per la “riappropriazione della vita” “qui e ora”, nel presente; per formare comunità, organismi viventi basati su un comune sentire, su esperienze comuni, confidenza reciproca, su un’autonoma cooperazione sociale; per un reddito di sussistenza (di cittadinanza) sganciato dalla prestazione lavorativa. Fu il tentativo di delineare un ambito di affari comuni, una nuova sfera pubblica, ponendo, di nuovo, il general intellect come principio costitutivo della comunità politica. Si è diffuso un pullulare di riviste, di collettive esperienze creative, sono sorti i Circoli del proletariato giovanile impegnati in occupazioni di stabili vuoti da adibire a centri sociali dove incontrarsi, fare insieme festa, arte, ecc. per esprimere la propria estraneità e dire “Basta con la società del vivere per lavorare”, “vogliamo il pane e le rose”, non un destino di drogati di psicofarmaci per addormentarsi dopo 8 o 10 ore di lavoro, di psicofarmaci o di sostanze per avere energia per lavorare, per calmare la tensione nervosa dei rapporti sociali, per non avere pensieri.

In settembre a Bologna si svolse un Convegno nazionale del Movimento sulla Repressione, con la presenza di molti intellettuali, anche stranieri e di più di 100.000 giovani partecipi di dibattiti e di una festa mobile; il conclusivo corteo imponente ha sfilato per ore e ore, ma era chiaro che il movimento era senza sbocchi, chiuso tra la durezza della repressione e l’isolamento spettacolare autodistruttivo delle formazioni armate.

Si è subito delineato un quadro di mondi incomunicanti, di due società, quella ricca e garantita, quella di centinaia di migliaia di giovani non garantiti, sottoccupati, protagonisti della produzione di ricchezza privi di rappresentanza, persi nei labirinti del capitalismo postfordista (impresa a rete, decentramento, flessibilità, automazione, precarietà, sviluppo del lavoro autonomo, intermittente, dell’autosfruttamento, della comunicazione come risorsa economica, biopolitica, trasformazione della giornata lavorativa sociale, fluidificazione del mercato del lavoro…). Un ampio settore sociale uscito dalle grandi aziende non si è trasformato in un mondo di maschere diverse per lo spettacolo della merce, si è posto fuori dal frastuono mediatico e dalla fantasmagoria della pubblicità, che seduce per vendere lavorando nell’inconscio, si è dotato di propri strumenti di comunicazione di massa per l’emancipazione sociale e la comunità solidale. Il ‘77 ha manifestato l’altra faccia, ribelle, della medaglia postfordista, una nuova composizione di classe, con la perdita di peso del lavoro industriale, manuale, nella produzione della ricchezza e nella formazione dell’identità collettiva e personale. Si teorizzava un risvolto positivo della precarietà, della fine della fabbrica fordista, della deterritorializzazione, un “diritto alla fuga”, al non stare più al gioco, all’esodo dal sistema, per una circolazione di intensità. Tramontata la fabbrica come luogo in cui si scandivano i tempi di riproduzione della società, tramontato l’operaio-massa della linea di montaggio, si sono affermati il nesso fra sapere, informazione, produzione e la commistione fra tempo di vita e tempo di lavoro, è divenuta egemone una forza-lavoro cognitiva, mobile, precaria, ricca di competenze sociali, per la quale la fatica fisica è antieconomica, che vuole lavorare con “lentezza”, richiedendo un reddito garantito nelle fasi d’inattività, formazione ininterrotta, omogeneità di tempo di lavoro e forme di vita; il sodalizio comunitario era sperimentato fuori della produzione diretta salariata.

 

Dagli anni ’80 ad oggi

Con l’autodissoluzione del movimento del ’77, che ha chiuso l’ondata rivoluzionaria e creativa, politica ed esistenziale del decennio, si è entrati nella controrivoluzione neoliberale anti-welfare degli anni ’80 che ha assorbito la creatività e le spinte libertarie del ‘77 e ha ridotto la società ad un’Azienda Italia, in cui il capitale è l’Uno dispotico, immagine e mondo del trionfo degli egoismi proprietari-speculativi, l’Opera totale, che imprime alla società una velocità che ha portato alla rottura delle precedenti esperienze comunitarie, alla dislocazione e al totale asservimento alle forme di produzione e circolazione delle merci, ad una percezione allucinatoria del reale.

Rotta la comunità linguistica, ogni frammento s’è dato un proprio gergo, tutto spacciato per “pluralismo”, “multiculturalismo”, indeterminismo, da allora una sorta di tecno-narcisismo ha diffuso i propri dispositivi di potere, che hanno avuto una presa profonda e immediata sui corpi e sulle menti, in un deserto popolato di business e tribù.

I movimenti degli anni ’70, poi dispersi in mille rivoli, hanno anticipato gli scenari dell’oggi, segnati dalla finanziarizzazione dell’economia e dalla terza o quarta rivoluzione industriale (informatica, automazione, robotizzazione, IA, secca riduzione del tempo di lavoro socialmente necessario, messa al lavoro di conoscenza e informazione socialmente diffuse). Scenari dove regnano impotenza, smarrimento, disgregazione, oscurità della coscienza, fine della comunità solidale dei lavoratori, spenta la speranza dei luoghi di lavoro come spazi di confronto, di organizzazione, di lotta per avere potere collettivo sulle proprie condizioni di vita e di sviluppo umano. La classe sociale dei produttori s’è liquefatta nell’atomizzata forza-lavoro cognitiva, inventiva, creativa, intellettuale, capace di “accensione della mente”, precaria, mobile.

Oggi

Il capitalismo è intimamente spinto verso un processo di continua espansione. Occupato interamente lo spazio, il capitalismo s’è mosso alla conquista del mondo interiore, della mente, dell’anima, del tempo (di lavoro e di consumo). Il capitalismo assoluto vuole condizionare, grazie alle tecnologie audiovisive e digitali dell’aisthesis (elemento sensibile dell’esperienza), alle tecnologie cognitive e di calcolo, l’esperienza sensoriale degli individui, il tempo della coscienza e l’inconscio. L’estetica, dimensione del simbolico, è divenuta arma e teatro della guerra economica.

Ora l’onda lunga degli anni ’70 sembra arrivata alla coscienza di tanti giovani il cui futuro è arido e deserto, pieno solo di merci-gadget e di asservimento all’incessante valorizzazione del capitale. Oggi sembra credibile un tentativo del movimento di tradurre in azione politica le forze produttive (saperi, scienza, comunicazione) assi del processo produttivo postfordista. I giovani, dispersi nella frammentarietà dell’economia e della società dell’incertezza e del rischio, messi a oscillare tra euforia e depressione, sembra stiano prendendo coscienza d’essere i “proletari della mente” trasformati in cittadini disgregati, resi come migranti, nomadi, sradicati, senza reali diritti, incapaci di resistere allo sfruttamento, a cui s’aggiungono gli altri delle periferie, i perdenti, condannati all’invisibilità, senza orizzonti, senza punti cardinali, senza niente, dato che visibile è solo ciò che è in vetrina, in scena, ciò che i media mostrano. È in movimento una generazione nata e cresciuta nel mondo della pubblicità come nuovo marketing sociale, che vuole formare l’individuo in funzione del mercato, della flessibilità e della competitività. Il mondo della biopolitica, dove il potere

  • agisce nella pluralità dei rapporti di forza disseminati nella società, plasma le vite, produce delle forze, le fa crescere, le ordina, per “metterle in valore” al servizio dello sviluppo del denaro il cui unico fine è accrescere sé stesso,
  • standardizza le esistenze, fabbricando desideri e modelli di vita, producendo una generalizzata “perdita di individuazione”, una privazione del saper vivere, una miseria psicologica di massa.

Il biopotere è potere sul corpo-oggetto, sul corpo-macchina, vuole potenziarlo, accelerare le sue prestazioni, valorizzare la sua utilità, estorcere le sue energie, interviene nella costruzione delle identità operando sui parametri di riconoscimento del valore delle prestazioni del corpo-macchina. Oggi, ad es., siamo di fronte al cyborg, ibrido di organismo e macchina, che fa ripensare i confini fra naturale e artificiale, fra organico e tecnologico.

In questa temperie è nata e cresciuta l’attuale generazione in movimento, il cui sentire, il cui ragionare, sono penetrati da quella commerciale macchina da guerra chiamata marketing che è biopotere, che s’avvale delle tecniche mediatiche di formazione del consenso, capaci d’attivare processi inconsci di proiezione/identificazione, di agire sulla dimensione fluente dell’immaginario.  Generazione abituata ad abitare il mondo comunicato, allevata in un sistema dove

  • il cittadino è ridotto a cliente che compra sul mercato la sua identità e la via alla felicità;
  • la descrizione mediatica del mondo è la Grande Allucinazione, in cui il mondo accade perché lo si comunica, in cui la narrazione (lo Spot) delle cose ha preso il posto della loro realtà.

Una generazione abituata a un racconto che fonda l’apologia della società competitiva di mercato sulla sua capacità di produrre il massimo di felicità per il maggior numero di persone, attraverso la pulsione consumistica che porta a “ingoiare tutto”. L’industria pubblicitaria ha ormai inglobato tutte le pratiche culturali un tempo indipendenti; l’intera vita quotidiana è scandagliata e innervata dalla macchina commerciale. S’assiste ad una colonizzazione plasmatrice dell’immaginario collettivo. I cicli innovativi della produzione (new economy, economia digitale, biotecnologie, farmaceutica…) sono produzione diretta di corpo e mente, di organismi bio-coscienti, il cui pensiero è ridotto a riflesso, la cui vita è catturata nella logica unidimensionale della produzione-consumo. I mondi vitali (ambiti di esperienza in cui le persone costruiscono intersoggettivamente il senso della loro vita sociale) hanno perduto il loro asse, non c’è misura, unità, verità, non c’è una grammatica (elementi costitutivi d’un lingua garanzia di comunicazione e comprensione) del vivere. S’è arrestato il divenire insieme, la sua intensità vitale, produttrice di senso, è declinato il Soggetto come istanza dotata di sapere, potere, responsabilità, legato a ciò che sperimenta, vede, sente in relazione alle dinamiche degli interessi, degli affetti, delle forze che incontra.

Per questa generazione in movimento molto del passato è divenuto invisibile, ma di fronte agli apparati ideologici del capitale, che fabbricano desideri, promettono benessere, comfort, successo, un mondo efficiente, ottimista, epurato da ogni sofferenza, avverte la truffa, la materialità del reale s’impone. Sembra che si rifiuti d’investire l’energia desiderante sempre più ossessivamente nell’impresa economica e nella competizione, mentre l’esistenza viene de-sensualizzata, perde la sua immediata godibilità a causa della devastazione capitalistica dell’ambiente, della mediatizzazione della comunicazione, della tendenza alla guerra come soluzione alla crisi dell’imperialismo. Ritorna, forse, un’idea di felicità come interesse comune, godimento del proprio corpo, del corpo altrui, dell’ambiente naturale, come incontro di parole e di sensi che reciprocamente s’arricchiscono. Sembra riemergere una rivendicazione di qualità della vita, di vita sana e creativa, di un diritto al desiderio, che non comporta alcuna mancanza, non è una realtà naturale, ma voglia di civiltà, di affinamento e potenziamento, contro la paranoia del capitale con le sue tecniche di presa delle singolarità. Sembra riemergere il dualismo di potere borghese e contropotere proletario, che ha voglia di realizzare la propria differenza, di divenire-altro rispetto alla forma antropologica capitalistica, con un investimento sociale del desiderio, per attuare le nuove possibilità di vita. Sembra di nuovo in campo la volontà di rilanciare un modo comunitario-solidale di esistenza, creato vitalmente attraverso la lotta, che vuole far esistere (non predicare) un’etica della gioia fondata sulla potenza affermativa, sulla condivisione di sapienza, energia, volontà di potenza, di sperimentare il massimo della gioia negli affetti, nel lavoro, costruttori di civiltà. Sembrano riemergere il rifiuto intransigente della perdita di sé, dell’impossibilità di condurre una vita buona, la comune paura d’essere soli, il bisogno d’una nuova affermazione dell’io, dello sviluppo della personalità negato dalle coazioni irrazionali del sistema che “consiste nell’abbracciare strettamente un cadavere incollando le labbra alle sue per vivificarlo”. Bisogno d’un piano di consistenza, di lingua e trama comuni, di autorealizzazione umana, jouissance di sé nella vita sociale, dell’“l’universo dei valori d’uso” contro la dittatura dei santuari del capitale finanziario predatorio, dei fanatici per i quali la merce è totalità significante, ordine simbolico, trionfo del caotico, spostando le emozioni dalle relazioni interpersonali al mondo delle merci capaci di suscitare emozioni.

Emerge il bisogno di un sistema pubblico di istruzione come costruzione di cittadinanza attiva, di democrazia sostanziale, non per dare figli al mercato, ma per far crescere “una mille centomila voci per comunicare”, “esplorare le infinite possibilità della voce per raggiungere gli estremi confini del canto” (N. Balestrini).

È in atto una nuova stagione erede dei movimenti antiautoritari degli anni ‘70, con la pulsione di vita (eros) che esprimevano? Quella soggettività critica di massa che ha smascherato la favola postindustriale della felicità consumista, ha svelato la natura del capitale contemporaneo, che è “la modalità specifica di valorizzazione economica delle energie sociali e intellettuali” e pervade l’intero sistema cognitivo della società, modellandone la percezione, il comportamento; ha lottato contro l’immiserimento simbolico, psicologico e affettivo provocato dalla perversione del desiderio, divenuto la macchina energetica del capitalismo, che fa passare l’autorealizzazione attraverso il lavoro (microimpresa) e definisce ogni relazione umana come business.

Rimane fondamentale la lotta per ridurre il tempo di lavoro necessario introducendo automatismi produttivi, per liberare tempo ed energie dal business. Ora il movimento deve con indole sperimentale e costruttiva ragionare su ciò che si può fare superati i vincoli della “follia del capitale” e dell’imperialismo che cerca mostruosi esiti sanguinosi alla propria crisi.

Avanti come? Avanti dove?

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