domenica 9 aprile 2023

BYOBLU24 - VIKTOR ORBAN E LE IRE UE: "15 paesi fanno causa ad una legge Ungherese a tema LGBT, l'Italia "non fa parte dei 15".

 


Viktor Orban rappresenta da tempo una specie di incubo per l’Unione Europea. Il Primo ministro magiaro si è dimostrato in più di un’occasione restio a battere i tacchi di fronte agli ordini dell’Unione europea, causando più di qualche grattacapo a Bruxelles e dintorni.

Lo scorso settembre il Parlamento europeo, aveva persino approvato in larga maggioranza un rapporto in cui riteneva che l’Ungheria non fosse più una democrazia, definendola una “minaccia sistemica” per i valori fondanti dell’Ue, nonché “regime ibrido di autocrazia elettorale”.

Viktor Orban, il piccolo Putin

Nell’immaginario dei burocrati dell’Unione, l’Ungheria deve apparire come una sorta di piccola Russia all’interno dei propri confini, soprattutto quando, non di rado, si mette di traverso all’azione degli altri 26 Paesi membri contro Mosca. Un atteggiamento schietto che Viktor Orban porta avanti da sempre, che gli ha permesso di mantenere un rapporto privilegiato con la Russia, spiccando ottimi accordi di fornitura extra di gas naturale, oltre a conservare l’immagine di politico che resiste alle imposizioni, fiaccato solo dal ricatto che l’Europa aveva orchestrato bloccandogli quattro miliardi di euro del Recovery fund in cambio della rimozione del veto sui pacchetti di aiuti finanziari all’Ucraina.

L’Ungheria di Viktor Orban, il sasso negli ingranaggi UE

Questioni di rilevanza internazionale dunque, che sicuramente fanno rallentare i farraginosi ingranaggi europei. Ma la pervicacia delle istituzioni europee va ben oltre, ben all’interno delle dinamiche di un Paese sovrano.

Il Parlamento europeo e quindici Paesi Ue, si sono uniti alla causa della Commissione europea contro l’Ungheria in merito ad una legge anti-Lgbt approvata dal Parlamento magiaro nel giugno 2021. Il provvedimento vieta di mostrare ai minori qualsiasi contenuto che ritragga o promuova l’omosessualità o il cambio di sesso. Ad aprile dell’anno scorso Orban, aveva anche indetto un referendum in proposito, che però risultò nullo per non aver raggiunto il quorum, segno di un evidente disinteresse da arte dell’opinione pubblica.

UE: chiamata alle armi contro l’Ungheria

Ma Bruxelles, rilevando dal canto suo una restrizione delle libertà aveva aperto una procedura di infrazione. “È una legge vergognosa”, aveva sentenziato la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, spiegando che l’Ungheria violava i valori europei e i diritti fondamentali degli individui, in particolare delle persone Lgbt. Per quanto riguarda la protezione dei bambini, Bruxelles ha poi ribadito di considerarla una “priorità assoluta per l’Unione e gli Stati membri”, individuando però nel provvedimento ungherese disposizioni che “non sono giustificate sulla base della promozione di questo interesse fondamentale, o sono sproporzionate a raggiungere l’obiettivo dichiarato. Il 9 marzo scorso Budapest ha presentato un ricorso alla Corte di giustizia europea contestando la procedura di infrazione. L’istruzione è di “competenza nazionale”, ha spiegato la ministra della Giustizia Judit Varga, per la quale è diritto dei genitori “decidere in merito all’educazione dei propri figli”.

L’Italia non si schiera contro Orban

Gli Stati che hanno scelto di fare ricorso contro la legge sono Francia, Germania Belgio, Lussemburgo, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Danimarca, Irlanda, Malta, Austria, Finlandia, Svezia, Slovenia e Grecia. Paesi che a ben guardare, dovrebbero tutti rifare l’esame della patente dei diritti umani, che ora danno vita alla più grande procedura sulla violazione dei diritti umani mai portata davanti alla Corte di giustizia dell’Ue. Nell’elenco manca l’Italia, che non parteciperà alla causa, attirandosi le ire dell’opposizione e modificando la posizione del governo Draghi che nel 2021 si impegnava a proteggere i diritti fondamentali delle persone Lgbt. Polemica che ovviamente fa il paio con lo stop alle registrazioni dei figli famiglie Arcobaleno. Aspetti su cui il Governo Meloni sceglie di decidere in autonomia, slegandosi dall’ossequiosa sequela dell’agenda Draghi finora perpetrata.

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