sabato 10 ottobre 2026

Cavallo di Fuoco/ L'ITALIA NEL MONDO MULTIPOLARE - I Brics per un nuovo ordine mondiale, contro l’unipolarismo statunitense ....

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Autore: Sandro Valentini

Giornalista, saggista, tra i fondatori del Partito della Rifondazione Comunista e tra i suoi dirigenti nazionali.




 

I Brics per un nuovo ordine mondiale, contro

 l’unipolarismo statunitense e il dominio del capitale

 finanziario: per una discussione teorica e politica

Dopo la prima, pubblichiamo questa seconda parte di un saggio complessivo in cui l’Autore affronta le nuove questioni internazionali e nazionali alla luce della grande avanzata della Repubblica Popolare Cinese e dei BRICS. Una seconda parte che mette a fuoco i valori oggettivi delle democrazie e delle libertà

Sul concetto di libertà

In questo contesto (vedi la prima parte del saggio già pubblicata su Cavallo di Fuoco, n.d.r.) occorre uscire dagli equivoci su alcuni paesi, come la Turchia o l’Iran, nei confronti dei quali è in corso una durissima campagna in Europa, anche da parte di importanti settori di sinistra. È chiaro che sono paesi con limiti politici che vanno evidenziati e non devono perciò essere rimossi. Ma la criticità di questi paesi non è di certo minore di quella dell’Ue e dei suoi paesi fondatori, come il nostro o la Germania o la Francia. È opportuno un confronto su che cosa s’intende per concetto di libertà evitando il mito dell’assolutezza e della verità data una volta per tutte.

Non vi è un concetto di libertà che possa considerarsi un valore umano universale in ogni luogo e in ogni tempo, che sia interpretato oggi come ieri e come lo sarà domani. E non è sufficiente sostenere che maggiore libertà comporti regimi politici più civili. Si dovrebbe valutare quale dovrebbe essere il grado di libertà concesso e il parametro di riferimento. Il concetto di libertà deve essere quindi contestualizzato storicamente. Per esempio, la Dichiarazione dei diritti dell’uomo, uno degli atti fondamentali nella storia dei sistemi liberali, non abrogava la schiavitù. Si deve giungere dunque alla conclusione che gli Stati Uniti erano un sistema illiberale e autoritario?

Il concetto di libertà va storicizzato anche per il presente. Moltissimi in Occidente sono convinti che le nostre istituzioni e regole, i nostri costumi e tradizioni, siano il meglio possibile in assoluto, che rappresentino il grado più alto di libertà. Ma per valutare il grado di libertà di un individuo è necessaria un’analisi «dello stato di cose esistente» e solo attraverso quest’analisi si possono interpretare le differenti iniziative che un individuo può intraprendere per affermare una volontà basata su diverse scelte, poiché queste sue scelte sono dentro a un quadro delle libertà date in quel preciso contesto storico. Pertanto, la situazione odierna, pur profondamente diversa da quelle in cui operavano politici e filosofi del passato, è determinata dalla connessione che questi diedero ai problemi che si presentavano nella loro epoca.

La libertà attuale è perciò l’insieme delle azioni e delle linee di condotta realizzate nel passato e trasmesse al presente, e ciascuna di queste azioni e linee di condotta è dentro l’attuale «stato di cose esistente». Ma questo quadro odierno non è fissato una volta per tutte, come non lo erano i quadri di riferimento che si sono succeduti nel passato. C’è chi tenta di superarlo, dunque è rivoluzionario o riformista, mentre c’è chi tenta di difendere lo status quo o di tornare al passato ed è così un conservatore o un regressivo. Ma tutto dipende dagli obiettivi sociali (quindi dalle libertà sostanziali) che ci si prefigge. Ma il pensiero liberale nega sdegnato questa processualità in sviluppo. Si appella ai principi, anche se poi in molte circostanze, per ragioni di opportunità, ha giustificato regimi come quelli fascisti che soppressero la libertà data, in quanto il “pericolo totalitario o autoritario” del socialismo è per il pensiero liberale decisamente maggiore rispetto al pericolo fascista. In nome di questo ragionamento ha favorito e sostenuto regimi fascisti o dispotici contro la minaccia del “pericolo rosso”. E oggi in qualche modo la storia si ripete in Ucraina o per il non sostegno all’Iran o per i crimini di genocidio del governo israeliano.

Non è vero che l’uomo nasce libero. È vero piuttosto che poiché l’uomo aspira alla libertà, diventa libero con la lotta che conduce in base appunto al suo concetto di libertà del suo tempo. E nel conflitto valuta se la sua iniziativa è compatibile con «lo stato di cose esistente» o se deve andare oltre all’esistente, in quanto sono oggettivamente maturate contraddizioni che lo spingono a farlo. Quando si manifesta questa consapevolezza, che nel frattempo è divenuta consapevolezza collettiva, si determina una spinta rivoluzionaria per affermare un nuovo concetto di libertà. La lotta per la libertà, o meglio di un diverso modo di intenderla, è un dato oggettivo prodotto dal processo storico. Quindi sono del tutto infondate le tesi che riducono la libertà individuale a un procedimento esclusivamente soggettivo o quelle che addirittura ritengono che sia innata nell’uomo dal momento della sua nascita. Allora non ha senso fare della libertà un mito, se tale concetto non è situato in un contesto storico dove sono stati stabiliti comportamenti, regole e doveri morali, da sostenere o da contrastare.

Non si ha perciò nessuna certezza che il futuro dell’umanità sia circoscritto al binomio libertà-democrazia. Non è possibile porre in relazione i due termini, cioè la libertà, che per affermarsi ha bisogno dell’azione e della lotta, cioè di un costante sviluppo storico, e la democrazia, ideologia manifestatasi come aggiustamento del pensiero liberale, che domina in Occidente dalla metà del Novecento. Si utilizza la locuzione ideologia in quanto la democrazia, a differenza della libertà, è enunciata ma mai realizzata e addirittura concettualmente oggi trapassata nella forma a-democratica, con la quale tra l’altro si nega il conflitto di classe. Dunque, la relazione dialettica tra i due termini, libertà e democrazia, è insostenibile, in quanto è un rapporto tra due eterogeneità profondamente diverse, la prima storica la seconda ideologica. Si discute di democrazia come se fosse un’entità storica in sviluppo rispetto alla sua messa in discussione oggi da parte del pensiero neoliberale. E non si tiene conto che il pensiero neoliberale mette in discussione una ideologia mai realizzata se non in diversi aspetti formali. E lo fa senza mai dichiaralo apertamente.

Il confronto tra Occidente e il resto del mondo, sia con la Cina che con gli altri paesi a orientamento socialista, sia con i paesi che presentano forme di capitalismo monopolistico di Stato, sia con i paesi di nuova industrializzazione o che vogliono emanciparsi dal giogo dell’imperialismo, non è solo di carattere geopolitico, come molti commentatori e analisti tendono ad affermare, ma investe il futuro del pianeta. Però si vuole mettere in relazione dialettica il concetto di libertà con la democrazia così come si è determinata nella forma estremamente limitata e imperfetta, radicalmente distante dal principio enunciato, tale da non corrispondere ai bisogni di libertà civili e sociali. Per dirla in altri termini il lavoro, la casa, l’istruzione, l’assistenza sanitaria e godere del tempo libero non sono diritti garantiti dalla ideologia della democrazia, e ancor meno oggi che è trapassata in concreto in regime a-democratico.

La libertà si rileva in tutta la sua intrinseca potenza nella lotta per superare gli impedimenti posti dall’ideologia della democrazia che sbarra la strada al pieno sviluppo di una società più giusta. La lotta per la libertà, perciò, trova piena espressione nel rimuovere tali impedimenti, ma questa aspirazione non va assolutizzata o confusa con l’idea di libertà che si aveva in altri periodi storici. La libertà è lotta per superare gli ostacoli che si frappongono al pieno sviluppo delle iniziative sorte a partire dalla situazione concreta. La libertà non è un’astratta petizione di principio. Non è un disquisire filosofico su una nozione piuttosto che su un’altra che sollecita le anime belle a svolgere dibattiti appassionati e coinvolgenti. La libertà per la quale un marxista deve battersi è la realizzazione di un diverso sistema sociale nel quale sia garantita la fine della sottomissione della sfera della libertà a quella della necessità.

È stato Hegel che ha colto in positivo il rapporto tra libertà e necessità rispetto alla filosofia precedente che per poter definire la libertà doveva definire ciò che non fosse libero. Il legame tra libertà e non libertà era quindi sempre visto in senso negativo. Si opponeva la libertà alla necessità e si ricercavano le condizioni attraverso le quali la prima potesse emanciparsi dalla seconda. Evidenzia Engels nell’ “Anti-Dühring”: «Hegel fu il primo a rappresentare in modo giusto il rapporto di libertà e necessità. Per lui la libertà è il riconoscimento della necessità. Cieca è la necessità solo nella misura in cui non viene compresa (…) La libertà non consiste nel sognare l’indipendenza dalle leggi della natura, ma nella conoscenza di queste leggi e nella possibilità, legata a questa conoscenza di farle agire secondo un piano per un fine determinato (…). Libertà del volere non significa altro, perciò, che la capacità di poter decidere con cognizione di causa. Quindi quanto più libero è il giudizio dell’uomo per quel che concerne un determinato punto controverso, tanto maggiore sarà la necessità con cui sarà determinato il contenuto di questo giudizio; mentre l’incertezza poggiante sulla mancanza di conoscenza, che tra molte possibilità di decidere, diverse e contradditorie, sceglie in modo apparentemente arbitrario, proprio perciò mostra la sua mancanza di libertà, il suo essere dominato da quell’oggetto che precisamente essa doveva dominare. La libertà consiste dunque nel dominio di noi stessi e della natura esterna fondata sulla conoscenza delle necessità naturali; essa, perciò, è necessariamente un prodotto dello sviluppo storico». Per il marxismo, dunque, la libertà è basata sul principio dell’autodeterminazione, non è innata e attribuita individualmente all’uomo, bensì alla totalità a cui l’uomo appartiene, all’ordine sociale e storico vigente.

Paesi come Ungheria, di Orban, Turchia e Pakistan sono considerati illiberali poiché non praticano la “nostra democrazia”. In realtà sono paesi in bilico, tra lo schierarsi nel campo di un nuovo ordine mondiale e la possibilità di essere totalmente riassorbiti nel campo dominato dal capitale finanziario, dagli Usa e dalla visione unipolare che difendono strenuamente. Una forza politica rivoluzionaria, pur denunciando i limiti di libertà di questi paesi – cosa che certa sinistra non fa col mondo occidentale – deve invece sostenerli nella difesa della loro sovranità e nella ricerca di una collocazione internazionale autonoma dall’Occidente collettivo. Per realizzare una visione multipolare sarà necessaria una fase lunga in cui alcune nazioni importanti resteranno in bilico. Sarebbe semplicistico ridurre il problema a questione tattica e a una estenuante discussione sul considerarli o no “alleati” delle forze politiche e dei paesi impegnati in questa battaglia epocale. I processi storici si valutano in altro modo, nel cogliere gli aspetti fondamentali della politica che le forze in campo in ogni paese perseguono.

 

In Occidente un regime a-democratico

Il dominio del capitale finanziario ha costruito in Occidente un regime a-democratico, mettendo in discussione anche il pensiero liberale. Abbiamo impotenti assistito alla mutazione della democrazia formale in una forma appunto a-democratica.

Con il dominio del capitale finanziario, infatti, la democrazia formale è andata modificandosi adottando strutture ed enti sovranazionali a-democratici non vincolati da nessuna forma di sovranità popolare, neppure formale. Di questo aspetto l’Europa è uno degli esempi più lampanti attraverso il ridimensionamento del ruolo legislativo dei parlamenti nazionali e l’elezione di un Parlamento europeo che non conta assolutamente nulla. Le decisioni più importanti sono prese da istituzioni, come la Bce o la Commissione, che non rispondono a nessun potere politico elettivo. Il potere è nelle mani di ristrette oligarchie finanziarie che decidono per milioni e milioni di cittadini europei e che hanno plasmato gli Stati nazionali e le istituzioni europee a tutela dei loro interessi, salvaguardando in primo luogo proprio il mercato finanziario.

Indubbiamente le società socialiste presentano dei limiti rispetto allo sviluppo pieno della democrazia formale. Ma in Occidente avviene lo stesso processo in modo peggiore, in quanto non sono garantiti quei diritti sociali che nei paesi a orientamento socialista sono invece tutelati pienamente. Questo processo a-democratico della società occidentale presenta dei tratti di totalitarismo o di semi-totalitarismo. Occorre però non commettere lo stesso errore di Hannah Arendt nel suo giudizio sul socialismo. Allora è meglio adottare la definizione di regimi a-democratici. Il totalitarismo è una politica di forte restringimento degli spazi di libertà che già si era affermata e diffusa in Europa molto prima dell’avvento del dominio del capitale finanziario, tra la fine dell’Ottocento e lo scoppio della Prima guerra mondiale. Oggi, con la guerra in Ucraina, sta riaffiorando in termini drammatici.

 

L’ideologia della democrazia

Proporre la democrazia come ideologia sottintende che una società democratica, così come astrattamente definita, non è mai esistita. È impossibile, infatti, definire storicamente il concetto di democrazia. Non funzionava neppure nell’antica polis ateniese e comunque era qualcosa di profondamente diverso da come la si intende oggi. Il mito della democrazia greca è un grande imbroglio retorico diffuso dal pensiero liberale per dimostrare l’indubbia superiorità del sistema democratico su qualsiasi altra forma di governo.

La storia dell’Occidente “democratico” è caratterizzata da un lato dall’affermazione, graduale o per salti, della democrazia formale, cioè dell’aggiustamento dei sistemi liberali, e dall’altro lato da rapporti di schiavizzazione dei neri (ma anche degli asiatici), dalla loro deportazione dall’Africa alle Americhe e dallo sterminio di massa degli indios, degli indiani e degli aborigeni australiani.

Il più grande genocidio della storia dell’umanità in epoca moderna è stato quello degli indigeni americani, uno sterminio per alcuni versi più grave delle infamie di Hitler. La storia dell’Occidente è quindi lastricata di genocidi: “genocidi di razza”, “genocidi di classe, “genocidi di popolazioni inermi”. Ora il genocidio di palestinesi a Gaza. I genocidi di razza in particolare sono stati attuati attraverso guerre di conquista e legittimati da teorie che sostenevano la superiorità di sangue della “razza” conquistatrice e quindi la necessità di proteggerne la purezza da incroci con popoli considerati inferiori. Ma anche in materia di leggi sociali non si scherzava. Negli Usa, tra il 1907 e il 1915, sulla base della dottrina dell’“eugenetica”, ben tredici Stati emanarono leggi per la sterilizzazione di delinquenti abituali, violentatori, vagabondi e disabili mentali al fine di impedire la riproduzione di individui inclini al delitto e al parassitismo.

Prima dell’avvento del dominio del capitale finanziario la democrazia contemporanea si basava in Occidente teoricamente sul principio per cui ogni uomo è titolare di diritti inalienabili; dunque, poneva concettualmente il problema del superamento di tre grandi discriminazioni: razziale, censitaria e sessuale. L’aspirazione a superare queste tre discriminazioni fa parte ormai del patrimonio etico dell’intera umanità poiché vi sono state due rivoluzioni, quella francese e quella russa del 1917, che hanno radicalmente mutato il corso della storia ponendo con forza il problema.

Ma in questi ultimi quarant’anni, dopo il 1989, le discriminazioni non sono state superate, anzi sono aumentate. Si è allargato il divario tra democrazia formale e democrazia sostanziale. Infine, è evidente che la crisi della democrazia formale sia dovuta alle contraddizioni del capitale. Sono constatazioni che scaturiscono da una lettura oggettiva della storia che dovrebbero portare a delle precise conclusioni. Ma non è così per i fautori del pensiero unico, i quali hanno il recondito desiderio di imporre una indefinita agiografia per assicurare il trionfo del revisionismo storico. Si veda oggi come la russofobia neghi l’altissimo contributo di sangue nella lotta contro il nazifascismo della Russia sovietica.

Il Novecento in Occidente è stato caratterizzato, dopo la parentesi tragica della Seconda guerra mondiale, dall’acquisizione in linea di principio dei diritti economici come parte integrante dei diritti individuali: lo Stato sociale e il suffragio universale. Ma l’affermazione di questi principi la si deve al movimento comunista. Con il crollo dell’Urss e l’avvento del capitale finanziario si è decisamente tornati indietro anche sul terreno della democrazia formale, ridotta oggi a un simulacro. Il neoliberalismo ha via via depennato dalla vita politica e civile l’insieme dei diritti inalienabili dell’uomo sanciti dai processi rivoluzionari. Ha trasformato la democrazia formale in un regime a-democratico. Si fa un gran rumore, un bel parlare sul fatto che il comunismo è morto, ma lo spettro dei suoi ideali si aggira su tutto l’Occidente, preoccupato dall’influenza che la Rivoluzione d’Ottobre ancora esercita tra le popolazioni e che si ripropone in forme nuove, basta saperle marxisticamente interpretare.

È bene chiarire che il comunismo è una ideologia, tra l’altro mai realizzata, ma anche la democrazia è una ideologia mai realizzata. Non vi è un solo esempio di paese dove è stata attuata la democrazia sostanziale. Non vi è un caso in cui tale forma è stata realmente un regime di governo di una comunità. Se la democrazia è prima di tutto uguaglianza tra gli uomini sotto ogni aspetto, con diritti civili, politici e sociali uguali per tutti, allora la democrazia in Occidente non ha fatto molta strada. In questo senso le società a orientamento socialista sono decisamente più avanti, nonostante i limiti che ancora le contraddistinguono. Se mai comunismo e democrazia dovessero essere realizzati sarebbero la stessa cosa!

Il Pci di Togliatti, nell’elaborare la strategia di avanzata al socialismo, pose come questione imprescindibile il nesso tra democrazia e socialismo attraverso il concetto di democrazia progressiva. Non a caso l’accento era posto sulla parola “progressiva” in quanto il Pci era consapevole che per ottenere la democrazia sostanziale non era sufficiente adottare una Costituzione avanzata (anche se la sua approvazione fu giustamente considerata una grande vittoria), ma partendo appunto dai principi contenuti nella Carta occorreva svolgere un’azione politica costante affinché il Paese reale non rimanesse indietro rispetto appunto ai principi sanciti dalla Costituzione.

Nel corso degli anni molto si è discusso sul colmare il divario tra il Paese reale e i dettati della Costituzione, ma oggi questo divario è drammaticamente aumentato. Un regime democratico non si valuta solo dalla legge costituzionale che si è dato, ma soprattutto dalla fedeltà della politica ai principi in essa contenuti e alla loro applicazione. Si potrebbe polemicamente pertanto affermare, proprio perché la nostra Costituzione è stata disattesa e violata costantemente e per diversi aspetti tradita, che il nostro regime è semi-autoritario (o semi-totalitario). E questa caratteristica oggi con la guerra è ancora più accentuata.

Si pone a questo punto un grande interrogativo. È possibile tornare alla Costituzione? Certo la battaglia per la difesa e la piena attuazione della Costituzione va fatta con forza e determinazione. Ma è illusorio che si possa riavvolgere la storia tornando ai primi anni del dopo guerra. Il contesto storico è mutato radicalmente. Oggi nel mondo si sta determinando un nuovo concetto di libertà, risultato di processi storici in atto che hanno messo in crisi lo stesso concetto di democrazia come lo conosciamo e le forme e le regole statutali con la quale almeno formalmente si applicata. Allora occorre inventarsi, come fece Lenin, altre forme per recepire le istanze della libertà, come erano i Soviet. O come successivamente fece Stalin una teoria dello Stato. Una riflessione teorica e pratica ripresa in Occidente soprattutto da Togliatti con una visione dello Stato adeguata alla storia e alle tradizioni culturali dell’Europa occidentale.

È questa una grande discussione teorica per la quale il dibattito in Italia, anche nelle avanguardie, è molto arretrato....

 

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