Il Medioriente è ormai un unico campo di battaglia. La grande guerra, in corso dal 28 febbraio, non accenna ad arrestarsi. L’Iran starebbe dialogando, tuttavia secondo non meglio precisate indiscrezioni circolate sui media, con alcuni Paesi arabi per provare a individuare timidamente una possibile via negoziale volta alla cessazione definitiva delle violenze. Le stesse continuano però da parte di Israele e America il cui presidente, Donald Trump, ha affermato di non volere alcun accordo col nemico, desiderando invece esclusivamente una sua resa incondizionata.
Le incursioni
Gli ordigni del Pentagono e di Tel Aviv stanno distruggendo così molte città dell’antica nazione persiana, scatenando sue poderose rappresaglie ai danni dello Stato ebraico e degli altri partner del Golfo Persico. Il quotidiano Washington Post ha rivelato oggi che la Repubblica Islamica starebbe ricevendo dettagli di intelligence,dagli 007 russi, utili per colpire le forze militari dislocate, dalla Casa Bianca, nell’area di crisi. No comment dall’ambasciata del Cremlino nella capitale d’Oltreoceano.
L’analisi
Vladimir Putin starebbe attuando così, se l’informazione fosse confermata, la medesima strategia adottata dall’amministrazione al di là dell’Atlantico e dall’Europa, in Ucraina, in modo da consentire a Kiev di proseguire i combattimenti, in corso dal 24 febbraio 2022, contro la superpotenza orientale.
La mossa di Pechino
Anche la Cina ha dichiarato pubblicamente il sostegno nei riguardi della tutela della sovranità degli Ayatollah sul suolo che gestiscono dal primo aprile 1979. Nessuno riesce, al momento, a prevedere gli scenari futuri perché, col passare delle ore, i Pasdaran stanno ampliando il raggio di azione. Droni kamikaze a lunga gittata e sofisticati missili a testata multipla non stanno piombando esclusivamente infatti sugli asset bellici del Pentagono, presenti nella zona di crisi, ma anche sull’esercito di Benjamin Netanyahu e su altri. Il Qatar ha condannato, ad esempio, l’attacco scagliato dai Guardiani della Rivoluzione sui siti in Bahrein ospitanti le proprie forze navali.
L’incognita
Ci si chiede quanto tali governi siano disponibili a tenersi fuori dal conflitto, sacrificando il principio di autodifesa sancito dall’articolo 51 situato nel capitolo settimo della Carta dell’Onu.
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